L’incertezza in Medio Oriente e le ripercussioni sui banchi dell’ortofrutta tra Bergamo e Roma
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Redazione Economia
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L’affluenza del pubblico, nonostante un cielo grigio che pure minacciava pioggia, non è mancata sabato scorso al Mercato ortofrutticolo di Bergamo in via Borgo Palazzo, luogo dove i privati cittadini possono accedere per acquistare, spesso a condizioni vantaggiose, le ultime varietà invernali e le attesissime primizie di primavera. Tuttavia, tra una cesta di arance e l’altra, e in mezzo alla folla che affollava i banchi, si faceva strada una preoccupazione latente ma tangibile: il riflesso delle tensioni internazionali, e in particolare del conflitto in Medio Oriente, sui propri portafogli. Non si tratta, beninteso, di un rincaro direttamente legato ai prodotti di quella terra, bensì delle conseguenze a catena generate dall’instabilità geopolitica su settori nevralgici come la logistica, l’energia e l’approvvigionamento delle materie prime.
Il nodo cruciale, e qui risiede il cuore del problema, è rappresentato dalla chiusura di fatto dello stretto di Hormuz, una via d’acqua vitale per il transito del petrolio e del gas. Questo blocco ha inevitabilmente innescato una spirale al rialzo del costo dei carburanti, un fattore che incide in maniera determinante sul trasporto delle merci, specialmente in un Paese come l’Italia dove la quasi totalità delle derrate viaggia su gomma. I primi segnali di questa impennata, secondo le rilevazioni del Centro Agroalimentare di Roma, sono già visibili sui listini di alcuni prodotti chiave dell’ortofrutta siciliana: i pomodori a grappolo, ad esempio, hanno visto il loro prezzo balzare da 1,40 a 2,30 euro al chilo, mentre per i ciliegini si è arrivati a toccare quota 2,40 euro. Non vanno meglio le zucchine scure, salite a 1,30 euro, e i peperoni, che hanno raggiunto i 3 euro al chilo. Incrementi che, seppur contenuti in una prima fase, fanno presagire un trend destinato probabilmente a consolidarsi.
L’effetto domino del caro-trasporti e la filiera in allarme
L’aumento dei prezzi alla pompa, che in alcune aree autostradali ha visto il gasolio superare abbondantemente i 2,6 euro al litro, non è che il sintomo più evidente di un malessere più profondo che attanaglia l’intero comparto agricolo e della distribuzione. Le associazioni di categoria, da Coldiretti a Confagricoltura, hanno lanciato segnali d’allarme convergenti sul rischio concreto che l’escalation del conflitto possa paralizzare non solo i commerci ma l’intero ciclo produttivo. A essere in pericolo, secondo le stime, è un valore dell’export agroalimentare verso i mercati mediorientali che supera i 2 miliardi di euro, con il comparto della frutta fresca, e in particolare delle mele, a fronteggiare una crisi immediata: ci sono navi cariche di prodotto ferme in mare o in porto, e piovono disdette per gli ordini futuri dall’Arabia Saudita e dagli Emirati, mercati di sbocco di primaria importanza. Oltre al trasporto, è l’intera filiera dei costi produttivi a essere sotto pressione, con i fertilizzanti, la cui produzione è energeticamente intensiva, che hanno visto lievitare i propri listini in maniera esponenziale, mettendo in difficoltà gli agricoltori ancor prima di raccogliere.
Le strategie governative tra sussidi e controlli anti-speculazione
Di fronte a questo scenario, che riecheggia le tensioni già vissute con lo scoppio della guerra in Ucraina, il governo ha rivendicato l’attivazione di alcune contromisure pensate per attutire l’impatto sulle imprese. Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, intervenendo in diverse occasioni pubbliche, ha ricordato come l’Italia sia l’unica nazione in Europa a mantenere un regime di agevolazioni sul gasolio agricolo, un sostegno quantificabile in circa un miliardo di euro che aiuta a contenere i costi vivi di produzione. Parallelamente, si punta sul piano transizione energetica con i fondi del Pnrr per l’agrisolare, un bando che ha già finanziato migliaia di imprese per l’installazione di pannelli fotovoltaici, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la dipendenza dalla rete e abbattere le bollette future. Sul fronte della tutela del mercato, Coldiretti ha annunciato la presentazione di esposti alle procure di tutta Italia e alla Guardia di Finanza, al fine di monitorare e denunciare eventuali manovre speculative sui prezzi dei carburanti, un fenomeno che, in momenti di turbolenza, rischia di amplificare a dismisura il danno economico per i produttori e, a valle, per i consumatori.
Consumi in bilico tra l’aumento dei listini e l’incertezza generale
Se i produttori lottano con l’aumento dei costi, dall’altro lato della catena si registra una naturale ritrosia all’acquisto da parte delle famiglie. Un’indagine di Confesercenti nella Capitale ha rilevato un calo delle vendite che in alcune aree oscilla tra il 20 e il 30%, un dato che fotografa una duplice dinamica: da un lato l’inflazione spinge verso l’alto i prezzi di beni essenziali come la frutta e la verdura, e dall’altro è la stessa percezione di un futuro incerto, segnato da bollette più care e dal caro-carburanti, a frenare la propensione alla spesa. Le rilevazioni nazionali parlano di una crescita a due velocità, dove a tenere sono soprattutto i prodotti alimentari di base e la grande distribuzione, mentre le piccole superfici e i negozi di prossimità accusano il colpo, in un clima di fiducia che appare quanto mai fragile. Il consumatore, insomma, si trova stretto tra la necessità di fare la spesa e l’esigenza di razionalizzare le uscite, in un contesto dove il prezzo finale è sempre più determinato da variabili geopolitiche globali piuttosto che dalle mere dinamiche locali di domanda e offerta.




