Il presidente del Senato elogia la fiamma tricolore. Dem
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Redazione Interno
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La palma della polemica più inutile delle feste di Natale 2025 va, a dispetto di ogni previsione, al Partito democratico e ad Alleanza Verdi e Sinistra. I due schieramenti, perpetuando una tradizione che qualcuno definirebbe sterile, hanno scatenato un acceso dibattito dopo che il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha dedicato un video sui social all’anniversario della fondazione del Movimento sociale italiano, avvenuta il 26 dicembre del 1946. Un gesto, il suo, che ha riacceso una querelle ideologica mai sopita, alimentata da posizioni che sembrano scavare solchi più profondi invece di ricucirli. La Russa, non nuovo a dichiarazioni che scuotono il panorama politico, ha definito la Fiamma tricolore, simbolo di quel partito, un «simbolo d'amore», una scelta lessicale che ha immediatamente sollevato un coro di perplessità e di dure condanne.
Le reazioni e la difesa a muso duro
Le critiche, arrivate a fiotti, non si sono fatte attendere: l’Anpi ha parlato di un gesto «inconcepibile e offensivo», mentre dagli esponenti del centrosinistra è piovuta una raffica di accuse che dipingono il presidente del Senato come incapace di fare i conti con un passato ingombrante. Secondo alcuni, celebrarne la ricorrenza equivarrebbe a dar fiato a una nostalgia che appartiene a una storia indegna, quella della Repubblica Sociale Italiana, da cui il Msi trasse in effetti la propria linfa originaria. La Russa, dal canto suo, ha replicato con un ulteriore post ironico, sottolineando come quella stessa Fiamma sia oggi nel simbolo del partito più votato in Italia, Fratelli d’Italia, «con buona pace» dei critici. Una chiusura a gamba tesa, la sua, che non ammette repliche e che mira a legittimare, attraverso il consenso elettorale, una simbologia ancora pregna di significati controversi.
Le radici storiche e il dibattito mai risolto
La fondazione del Msi, avvenuta in un clima di semi-clandestinità, vide tra i suoi principali artefici figure che, all’epoca, erano latitanti per sfuggire alle autorità della neonata Repubblica. Tra questi, spiccano i nomi di Pino Romualdi, arrestato poi nel 1948, e di Giorgio Almirante. Quel partito, nato dalle ceneri del regime fascista e dalla Repubblica di Salò, si presentò subito come l’erede diretto di un’esperienza politica sconfitta dalla storia e condannata dalla democrazia. Ricordarne le origini, oggi, non è un atto neutro: riapre piaghe che molti consideravano ormai rimarginate, interroga la coscienza collettiva su cosa sia lecito celebrare e cosa invece vada storicizzato e consegnato al giudizio dei manuali, senza enfasi retoriche. La disputa, in sostanza, verte proprio sul confine, labilissimo, tra memoria storica e apologia.
Una polemica che riflette divisioni profonde
Al di là delle escandescenze verbali, l’episodio illumina una frattura culturale che percorre l’Italia da decenni, un Paese dove certi simboli e certe date non hanno mai smesso di essere campo di battaglia. La carica istituzionale di La Russa conferisce, inevitabilmente, un peso maggiore alle sue parole, trasformando un post social in una questione di rilevanza pubblica. D’altronde, quando la seconda carica dello Stato rende omaggio a un partito nato dalla diaspora del fascismo, è legittimo interrogarsi sulle conseguenze che ciò possa avere sulla percezione della nostra democrazia, soprattutto in un momento storico delicato a livello internazionale, con Donald Trump nuovamente alla guida degli Stati Uniti. La discussione, seppur infuocata, resta dunque sospesa in un limbo, senza che nessuna delle parti in causa sembri intenzionata a cedere, mentre fuori dal Palazzo i problemi quotidiani dei cittadini reclamano attenzioni ben più concrete.




