Speranze e macerie: Pizzaballa e la fragile tregua a Gaza
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Redazione Esteri
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Un "clima di speranza", percepibile persino attraverso i media locali, seppur carico di una misura dettata da un realismo sofferto, avvolge in queste ore la Terra Santa. A descriverlo è il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, il quale, pur non nascondendo le immense difficoltà e i molti punti interrogativi che permangono, riconosce in questo frangente una possibilità concreta, "che non si era mai vista prima". La sua voce, che si leva in un panorama di rovine materiali e morali, delinea una prospettiva di pace ancora incerta, ma per la quale, afferma con determinazione, "bisogna voltare pagina", auspicando che questa possa essere "la volta buona". Le sue parole, che giungono all'indomani di significativi passi avanti nelle trattative, si pongono come un faro di cauta ottimismo in un mare di devastazione.
La devastazione di Gaza e la lacerazione del tessuto sociale
La dimensione di questa devastazione, d'altronde, è tale da rendere qualsiasi entusiasmo necessariamente temperato. Sul futuro di Gaza, Pizzaballa non usa giri di parole: "È molto difficile, è tutto distrutto". La striscia di territorio, martoriata da mesi di conflitto, "non ha più nulla", essendo "tutta da ricostruire". La sfida, però, non si limita alle case abbattute o alle infrastrutture ridotte in macerie; si estende, in modo forse ancor più profondo e complesso, al "tessuto sociale", lacerato da una sofferenza indicibile e da un odio che appare, per ora, insuperabile. È proprio questa la ragione per cui il Patriarca giudica una convivenza immediata tra i popoli, subito dopo il cessate il fuoco, come "non pensabile". La ferita è troppo aperta, il rancore troppo radicato. Ciò che si rende necessario, secondo la sua analisi, è piuttosto "un lavoro di cura dall'interno delle due società", un percorso lungo e doloroso di guarigione che deve precedere qualsiasi riconciliazione.
L'appello alla preghiera e all'impegno diplomatico
In questo contesto, l'invito alla preghiera e all'impegno diplomatico si intrecciano, trovando eco anche nelle parole di papa Leone XIV. Il pontefice, dopo la recita dell’Angelus, ha esortato a "restare uniti nella preghiera" affinché gli sforzi in corso possano "mettere fine alla guerra e condurci verso una pace giusta e duratura". Un appello, il suo, che si unisce alla richiesta diretta ai "responsabili" di impegnarsi sulla strada del negoziato, di decretare la cessazione delle ostilità e di provvedere alla liberazione di tutti gli ostaggi. È una spinta morale che va nella stessa direzione indicata da Pizzaballa, il quale, pur gioendo per la fine delle ostilità, mette in guardia dal pericolo di abituarsi alla sofferenza.
La lingua della Chiesa non è di parte, ma profetica
La Chiesa guidata dal cardinale, del resto, come egli stesso tiene a precisare, "non parla la lingua della resa dei conti". La sua posizione, quindi, non è di parte ma profetica, e denuncia con chiarezza il fallimento della logica della forza, una logica che ha prodotto solo vittime e distruzione, lasciando segni indelebili sia sui territori che nelle coscienze. L'accento è posto sul sollievo immediato per la popolazione di Gaza, un sollievo che si spera non sia effimero, e sulla gioia per un silenzio delle armi che, seppur fragile, rappresenta l'unico vero inizio possibile per qualsiasi ricostruzione futura.




