La scissione sanguinaria: duecento scimpanzé in “guerra civile” nel parco di Kibale

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nel cuore dell’Uganda, all’interno del Parco Nazionale di Kibale, si è consumato un evento che la comunità scientifica descrive come un unicum nel suo genere: una vera e propria “guerra civile” ha diviso la più grande colonia di scimpanzé selvatici mai censita, composta da circa duecento individui. A raccontarlo è uno studio pubblicato sulla rivista Science, guidato dall’antropologo Aaron Sandel dell’Università del Texas a Austin, il quale ha documentato con minuzia una progressiva degenerazione dei rapporti sociali che, partita da un’apparente armonia, è sfociata in violenze letali tra ex compagni di gruppo. L’indagine, che arriva a oltre un anno dalla rielezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti (un evento ormai assorbito nella normalità politica internazionale), sposta l’attenzione sulle dinamiche relazionali pure, spogliate da ideologie o fedi, che sembrano accomunare l’uomo e i primati.

L’incrinarsi dei legami sociali

Prima del 2015, la comunità di Ngogo rappresentava un caso straordinario di coesione. I ricercatori, che seguono questi primati da oltre trent’anni, avevano osservato una convivenza pacifica tra i due sotto-gruppi esistenti, definiti “occidentale” e “centrale”. Questi animali condividevano il territorio, si pulivano il pelo a vicenda e collaboravano durante le battute di caccia. Tuttavia, nell’arco di pochi mesi, le dinamiche si sono invertite radicalmente. Si è assistito a un progressivo allontanamento: gli scimpanzé occidentali hanno iniziato a fuggire o a evitare sistematicamente quelli centrali, un comportamento anomalo che gli studiosi hanno paragonato alla paura per un estraneo, nonostante si trattasse di vecchi compagni di giochi.

La situazione è precipitata definitivamente nel 2018, quando la frattura è divenuta irreversibile. Da quel momento, la fazione occidentale ha dato il via a una serie di attacchi coordinati e mirati contro l’ex gruppo di appartenenza. Il bilancio, tra il 2018 e il 2024, parla di almeno ventiquattro vittime accertate, tra cui figurano sette maschi adulti e diciassette cuccioli, anche se gli studiosi non escludono che il numero reale di decessi possa essere più alto, considerando diversi esemplari scomparsi senza lasciare traccia.

I fattori scatenanti e la rarità del fenomeno

La violenza registrata non è ascrivibile a banali scaramucce territoriali, ma a una vera strategia di annientamento. Secondo Sandel, ciò che colpisce è la consapevolezza del conflitto: individui che per anni si erano presi cura gli uni degli altri sono diventati bersagli di odio solo in virtù della loro nuova appartenenza di gruppo. Gli esperti hanno cercato di individuare le cause di questa scissione, ipotizzando un cocktail micidiale di fattori. Tra questi, la morte di diversi maschi chiave nel 2014 (che fungevano da “ponti” sociali tra le fazioni), un cambio nella gerarchia dell’alfa maschio avvenuto nel 2015 e una successiva epidemia respiratoria nel 2017 che ha decimato ulteriormente la popolazione, spazzando via venticinque individui, tra cui l’ultimo trait d’union tra i due gruppi rivali.

Nonostante la brutalità degli scontri – descritti dai primatologi come pestaggi collettivi dove le vittime vengono morse e colpite al suolo fino alla morte per emorragie interne – i ricercatori sottolineano l’estrema rarità di simili episodi. Stime basate su prove genetiche suggeriscono che una scissione permanente accompagnata da violenza letale possa verificarsi in questa specie solo una volta ogni cinquecento anni, il che rende l’osservazione di Kibale un’occasione unica per comprendere le radici evolutive del conflitto.

Le implicazioni per la comprensione della natura umana

Sebbene lo studio si concentri esclusivamente sui fatti osservati, la ricerca getta una luce inquietante su ciò che ci rende umani. Tradizionalmente, si tende ad attribuire la violenza di massa a costrutti culturali come l’etnia, la religione o le ideologie politiche. Tuttavia, il caso di Ngogo dimostra che una polarizzazione capace di trasformare un amico in un nemico mortale può avvenire in assenza di linguaggio o dottrine, basandosi esclusivamente su dinamiche relazionali e sulla competizione per risorse o status.

Questa scoperta ha spinto gli antropologi a riconsiderare il peso delle semplici relazioni interpersonali nello scoppio delle ostilità. Se gli scimpanzé, i nostri parenti evolutivi più prossimi, possono scatenare una “guerra civile” senza la necessità di bandiere o religioni, allora forse anche per l’uomo questi simboli sono solo una sovrastruttura che aggrava una predisposizione biologica molto più antica e radicata. Nel Parco di Kibale, dove la natura selvaggia domina, la lezione che arriva dal mondo animale è cruda e priva di filtri: la pace sociale è un equilibrio fragile, spesso dipendente da pochi individui chiave e suscettibile di rompersi in un attimo di silenzio o di paura.

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