Un mese di guerra e una rivolta sanguinaria: il nodo iraniano che tiene in scacco il mondo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   È trascorso esattamente un mese da quella mattina del 28 febbraio in cui la coalizione israelo-americana ha dato il via all’operazione militare contro l’Iran, un’azione che – lanciata mentre erano ancora in corso negoziati indiretti a Ginevra – ha immediatamente trasformato le tensioni latenti in un conflitto regionale su vasta scala. Con un dispendio stimato in decine di miliardi di dollari e un bilancio che, solo per le forze statunitensi, conta tredici soldati morti, l’amministrazione Trump si trova a fare i conti con una guerra che non ha portato a una rapida risoluzione, ma che anzi ha aperto scenari di logoramento imprevisti. L’obiettivo dichiarato di “distruggere l’industria missilistica iraniana” si è scontrato con la resilienza di una struttura di comando che, nonostante l’eliminazione della Guida Suprema Ali Khamenei nel primo attacco, ha saputo riequilibrare le proprie forze, dimostrando una capacità di saturazione che ha messo in crisi le sofisticate difese aeree schierate nel Golfo.

Mentre i fronti militari restano aperti – dal Libano, dove le schermaglie rischiano di riesplodere, fino allo Stretto di Hormuz, trasformato in un’arma economica di pressione – l’Iran è stato teatro, tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, di una delle più grandi ondate di proteste della sua storia recente. Nata il 28 dicembre come reazione al collasso economico e all’inflazione galoppante, la rivolta si è rapidamente trasformata in una sfida esistenziale al principio stesso della teocrazia, con migliaia di persone scese in piazza in oltre 180 città, attraversando tutte e trentuno le province del paese. La repressione ordinata dalla Guida Suprema, con il pieno appoggio dell’apparato statale e delle Guardie della Rivoluzione, è stata di una ferocia spietata: i bilanci, sebbene resi incerti dai blackout informatici imposti dal regime, parlano di centinaia – se non migliaia – di civili uccisi e decine di migliaia di arrestati, in quella che è stata descritta come una sistematica azione di massa contro la propria popolazione.

Il conflitto che ridisegna l’economia globale

Il confronto tra Israele e Iran, con gli Stati Uniti di Trump in prima linea, ha quindi una duplice natura: da un lato quella militare, dall’altra quella economica, perfettamente sovrapponibili negli obiettivi tattici. La guerra, infatti, ha trasformato il Mar Arabico e lo Stretto di Hormuz in un campo di battaglia commerciale, con l’obiettivo dichiarato da parte di Teheran di colpire la sicurezza energetica globale. Il transito di quasi il venti per cento del petrolio mondiale è stato compromesso, generando un’impennata del prezzo del Brent che ha sfiorato i duecento dollari al barile e innescando una crisi di approvvigionamento per quei paesi asiatici che dipendono dalle forniture del Golfo.

L’analisi indipendente dei dati sull’attrito mostra come le scorte di intercettori delle forze occidentali e dei loro alleati regionali si stiano esaurendo a un ritmo insostenibile, con batterie THAAD e PAC-3 danneggiate o ridotte all’impotenza dopo un mese di attacchi con droni e missili balistici. I costi per gli Stati Uniti sono esorbitanti: si stima che solo nei primi dodici giorni l’operazione “Epic Fury” abbia bruciato oltre sedici miliardi di dollari, un importo destinato a crescere esponenzialmente con la richiesta del Pentagono di rifinanziare il conflitto per oltre duecento miliardi. In questo quadro, la Turchia di Erdoğan osserva con attenzione l’evolversi della crisi, preoccupata principalmente dalle ripercussioni umanitarie – con potenziali flussi di rifugiati al confine – e dal vuoto di potere che potrebbe crearsi in caso di collasso dell’attuale struttura teocratica.

I fronti paralleli e l’inerzia diplomatica

Mentre il Golfo brucia, con gli Emirati Arabi e il Kuwait che hanno subito attacchi diretti e chiesto a gran voce forniture militari d’emergenza a Washington, gli altri grandi scacchieri internazionali mostrano segni di tensione. A est, la Russia prosegue la sua invasione in Ucraina con un’intensità che non accenna a diminuire, mentre il Ciad e il Sudan sono teatro di una crisi diplomatica e militare separata, ma non meno violenta, che minaccia la stabilità dell’intera regione del Sahel. In questo contesto di frammentazione, la capacità dell’Unione Europea di influire sugli eventi appare limitata; i ministri degli Esteri dei Ventisette si sono riuniti in sessione d’emergenza, ribadendo la richiesta di de-escalation, ma la realtà sul campo – con missili che volano letteralmente in tutte le direzioni e con Cipro nel mirino – rende questa posizione poco più che un auspicio.

La professoressa Simona Epasto, docente di geopolitica all’Università di Macerata, osserva come, dopo un mese di guerra, si cerchi di leggere la situazione più in termini di “tacita de-escalation” piuttosto che di tregua vera e propria. Il punto è che nessuno dei contendenti sembra voler cedere. L’Iran, dopo l’uccisione della sua Guida Suprema e l’ascesa di Mojtaba Khamenei, ha raddoppiato la sua postura offensiva, utilizzando la chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz come leva per infliggere danni economici duraturi ai propri nemici, mentre Israele e gli Stati Uniti continuano a colpire le infrastrutture nucleari e militari nel tentativo di forzare una resa che, a un mese di distanza, appare ancora lontana.

La stretta repressiva interna e il silenzio internazionale

Parallelamente agli scontri aerei e navali, la guerra interna all’Iran ha assunto i contorni di una vera e propria resa dei conti. I manifestanti scesi in piazza per protestare contro il costo della vita hanno trovato di fronte una Guardia Rivoluzionaria armata di tutto punto, che ha sparato indiscriminatamente sulla folla, fatto ricorso a gas chimici e imposto blackout totali della rete per oltre ottantaquattro ore consecutive per impedire la diffusione delle immagini e il coordinamento delle proteste. Si parla di oltre diecimila arresti in un clima di terrore, dove gli ospedali sono stati presi d’assalto e le esecuzioni di detenuti sono state annunciate come deterrente.

Mentre all’estero si susseguono le dichiarazioni di condanna – con Trump che parla di “linea rossa” superata dal regime e l’Europa che promette sanzioni – sul terreno la comunità internazionale appare impotente di fronte a una crisi umanitaria di vaste proporzioni. I tentativi di mediazione portati avanti dall’Oman prima dello scoppio delle ostilità sono stati spazzati via dai bombardamenti del 28 febbraio, e oggi la possibilità di un accordo negoziato si scontra con la logica ineluttabile della rappresaglia. In questo vuoto, il Medio Oriente continua a bruciare, trascinando con sé le sorti di un’economia globale sempre più fragile e di una regione che rischia di essere riscritta nel sangue.

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