Il giallo dei certificati facili all’ospedale di Ravenna: sei medici nel mirino della Procura per i no ai rimpatri
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La Procura di Ravenna ha aperto un’inchiesta che sta scavando in profondità nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci, dove sei camici bianchi sono finiti nel registro degli indagati con l’accusa di falso ideologico. L’ipotesi degli inquirenti, coordinati dal procuratore capo Daniele Barberini e dalla sostituta Angela Scorza, è che i professionisti abbiano redatto certificazioni giudicate incomplete o non veritiere per attestare l’inidoneità al trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di cittadini stranieri irregolari, vanificando di fatto i decreti di espulsione emessi a loro carico. La perquisizione, scattata all’alba di giovedì 12 febbraio e protrattasi per l’intera giornata, ha portato al sequestro di documenti, computer, telefoni e dispositivi informatici, sia negli uffici ospedalieri che nelle abitazioni private dei medici coinvolti, in un’operazione che la squadra mobile ha condotto con modalità che i colleghi dei indagati non hanno esitato a definire eccessivamente invasive -2-5.
Secondo quanto ricostruito finora, il meccanismo al centro delle verifiche giudiziarie riguarderebbe la procedura sanitaria propedeutica all’accompagnamento nei Cpr e al successivo rimpatrio. La normativa, infatti, impone che prima del trasferimento in questi centri – strutture detentive amministrative in attesa dell’espulsione – lo straniero venga sottoposto a una visita medica che ne attesti l’idoneità a sopportare sia il trattenimento che il viaggio aereo. Una valutazione che i medici del reparto infettivologico ravennate avrebbero sistematicamente orientato verso la non idoneità, sollevando il sospetto di un sistematico ricorso a patologie infettive o a vulnerabilità psichiatriche non sufficientemente comprovate, come nel caso di un venticinquenne senegalese fermato per aver molestato sette donne e poi giudicato non trasferibile, o di un ventiseienne gambiano, gravato da numerosi fogli di via, che dopo aver distrutto una pensilina dell’autobus vide annullato il suo ingresso in un centro per i rimpatri.
La solidarietà del mondo sanitario e lo scontro politico sulle indagini
La notizia delle perquisizioni ha immediatamente innescato una reazione compatta da parte di una folla di circa duecentocinquanta persone, che lunedì 16 febbraio ha dato vita a un flash mob davanti all’ingresso principale dell’ospedale. Medici, infermieri, studenti e semplici cittadini si sono radunati per esprimere vicinanza ai professionisti indagati, esponendo striscioni con scritto "Siamo sanitari, non gangster" e scandendo cori come "La cura non si processa". L’iniziativa, promossa dall’oncologo ed ex consigliere comunale del Partito Democratico Marco Montanari insieme alla cardiologa Federica Giannotti e alla consigliera dem Petia Di Lorenzo, che è anche coordinatrice infermieristica nella stessa struttura, mirava a stigmatizzare quelle che sono state percepite come metodologie investigative sproporzionate, paragonabili a quelle utilizzate per reati violenti e contro la persona, con l’obiettivo dichiarato di raccogliere fondi per le spese legali dei colleghi.
Sul fronte politico, la vicenda ha scavato un solco profondo tra le diverse fazioni. Il governatore dell’Emilia-Romagna ed ex sindaco di Ravenna, Michele De Pascale, ha espresso senza mezzi termini la sua vicinanza ai sanitari, ricordando come, fino a prova contraria, si tratti di innocenti e attaccando le dichiarazioni del vicepremier Matteo Salvini che, sui social, aveva definito la vicenda "una vergogna da licenziamento, radiazione e arresto". Il sindaco attuale di Ravenna, Alessandro Barattoni, ha parlato di "dichiarazioni improvvide" da parte di alcuni ministri, rei di aver già individuato i colpevoli additandoli all’opinione pubblica prima ancora del termine delle indagini, mentre il Partito Democratico locale ha aderito ufficialmente al flash mob parlando di "narrazioni" costruite dalla destra per delegittimare il servizio sanitario pubblico.
Il ruolo dei moduli precompilati e della rete di associazioni pro-migranti
Un elemento che gli investigatori stanno vagliando con particolare attenzione è la presenza, tra il materiale sequestrato, di moduli prestampati per le valutazioni di non idoneità e di riferimenti ad associazioni come la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM). Quest’ultima, insieme all’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e alla rete "Mai più lager - No ai CPR", è nota per la sua posizione radicalmente critica verso i centri di permanenza, definiti "luoghi patogeni" sulla base di rapporti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Dalle carte dell’inchiesta emerge che queste sigle mettono a disposizione veri e propri fac-simile online, modelli da compilare per attestare a priori l’inidoneità di qualsiasi persona al Cpr, al fine di prevenire quelli che ritengono essere danni alla salute certi. Sebbene non vi sia al momento alcuna notizia che i sei medici ravennati facciano parte di queste organizzazioni, il ritrovamento di tali materiali ha indotto gli inquirenti ad approfondire il contesto culturale e associativo in cui le certificazioni contestate hanno preso forma.
Non si è fatta attendere, d’altro canto, la dura replica del centrodestra. Jacopo Morrone, segretario della Lega Romagna, ha parlato di un vero e proprio "sabotaggio" dei provvedimenti di espulsione, un "sistema doloso" che potrebbe rivelarsi solo la punta di un iceberg ben più vasto e che metterebbe a repentaglio la sicurezza del Paese, considerato che molti degli stranieri per i quali il rimpatrio è saltato sarebbero autori di reati. Rosaria Tassinari, deputata e coordinatrice regionale di Forza Italia, ha chiesto un’ispezione immediata da parte dell’Ausl e della Regione per accertare eventuali responsabilità amministrative e garantire che la sanità pubblica rimanga un presidio di legalità e imparzialità, in un clima in cui anche la Cisl, pur esprimendo preoccupazione per le modalità della perquisizione, ha tenuto a distinguersi da quelle che ha definito "strumentalizzazioni politiche" della vicenda, ribadendo al contempo la necessità di chiarire una volta per tutte ruoli, procedure e responsabilità dei medici che operano nel complesso contesto dell’emergenza umanitaria legata ai flussi migratori.




