«Lo status giuridico di Caritas Jerusalem è stato chiarito, ma Gaza continua a scomparire dall’agenda»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La sera di martedì 10 febbraio 2026 l’Auditorium della Casa dell’Economia di Lecco — gremito da trecentocinquanta persone — ha ospitato non una semplice conferenza, quanto piuttosto l’irruzione di una realtà che i media globali, ormai da mesi, sembrano aver rimosso. Sul palco, assieme al giornalista Paolo Brivio, c’erano il segretario generale di Caritas Gerusalemme, Anton Asfar, e Fatena Mohanna, operatrice dello staff di Caritas a Gaza, lei che in quella striscia di terra assediata è nata e vi ha vissuto fino a trenta giorni prima. L’uno e l’altra hanno portato il peso di un racconto che non concede tregue: quasi duecento operatori umanitari sono ancora attivi dentro Gaza, tra loro medici, psicologi, volontari; e l’unità mobile per l’assistenza materno-infantile, battezzata Una speranza per Gaza, rappresenta oggi uno dei pochi presidi di cura in un territorio dove perfino l’accesso all’acqua potabile è divenuto un privilegio -1.

In apertura di serata, tuttavia, non si è potuto evitare di affrontare una vicenda burocratica che, se risolta positivamente, lascia però intatto il nodo drammatico della sopravvivenza quotidiana. Ci riferiamo al chiarimento, giunto nelle scorse settimane dal Governo israeliano, circa lo status giuridico di Caritas Jerusalem. L’organizzazione — che opera in Terra Santa da cinquant’anni in forza di accordi specifici tra lo Stato di Israele, la Santa Sede e il Patriarcato latino di Gerusalemme — era finita, lo scorso gennaio, in una lista di trentasette enti umanitari la cui registrazione era stata messa in discussione dalle nuove linee guida volute da Israele per il periodo transitorio -2-6. Norme che imponevano la consegna di dati sensibili sui dipendenti palestinesi, sui finanziamenti esteri e sulle operazioni interne; informazioni che molte organizzazioni, inclusa la Caritas, si erano rifiutate di fornire non per inerzia, ma in ossequio alle legislazioni europee sulla privacy e, ancor prima, per non esporre a potenziali ritorsioni i propri operatori e le loro famiglie -2-4.

Ebbene, a seguito di una nuova istruttoria, il Comitato interministeriale israeliano ha stabilito che le disposizioni previste per la registrazione delle organizzazioni durante la fase transitoria non si applicano a Caritas Jerusalem. Lo ha comunicato la stessa Caritas, parlando di una notifica ufficiale che sgombera il campo da ogni altra procedura pendente. Un esito, questo, di cui pure ci si potrebbe rallegrare — ed è stato definito un passaggio positivo dal coordinatore di Caritas Italiana per il Medio Oriente, Danilo Feliciangeli — se non fosse che la paralisi umanitaria, nella Striscia, non dipende solo da decreti e registri, ma da una condizione strutturale di assedio, di fame indotta e di sistematica distruzione delle infrastrutture civili -2-10.

I numeri della catastrofe silenziosa

Perché mentre lo status di Caritas Jerusalem veniva chiarito, e le autorità israeliane certificavano la natura di «ente ecclesiastico riconosciuto» dell’organizzazione, a Gaza accadeva dell’altro. I convogli di aiuti, nonostante il cessate-il-fuoco dello scorso ottobre, entrano a conto-gocce: prima del conflitto entravano nella Striscia seicento camion al giorno; oggi, con un milione e seicentomila persone nel Nord esposte alla fame acuta, ne entrano appena centocinquanta, e non sempre trasportano cibo — spesso portano tende, materassini, talvolta medicinali scaduti o in quantità irrisorie -2-8. Le parrocchie di Gaza città, a cominciare da quella della Sacra Famiglia, continuano ad accogliere quattrocento sfollati; ma i bombardamenti, sebbene ridotti, non sono mai cessati del tutto, e padre Gabriel Romanelli — il parroco — è stato costretto più volte a cercare riparo sul tetto per agganciare una linea telefonica e raccontare all’esterno che là dentro, circondati dalle macerie, si cerca ancora di celebrare messa -10.

Fatena Mohanna, dal palco di Lecco, ha provato a spiegare cosa significhi lavorare in una delle dieci unità mediche mobili sparse per l’enclave. I colleghi di Caritas raccolgono bambini denutriti, donne che hanno partorito nei rifugi di fortuna, anziani le cui case non esistono più. L’ottanta per cento delle stazioni per l’acqua e l’igiene si trova in zone di combattimento attivo; il quaranta per cento delle malattie registrate è diarroico, e per un bambino di due anni la dissenteria può essere una sentenza se l’ospedale più vicino è stato raso al suolo o se mancano le flebo -5. Eppure, ha detto lei, non si può smettere.

Il diritto e la sua sospensione

Anton Asfar, che di Caritas Gerusalemme è la voce pubblica oltreché il braccio operativo, ha scelto di non soffermarsi troppo sull’esito positivo della vertenza legale. Ha invece ricordato che la Cisgiordania è «paralizzata»: novecento posti di blocco, villaggi interi circondati da barriere di filo spinato alte diversi metri, contadini che non possono raggiungere i propri uliveti, duecentomila lavoratori senza reddito, pellegrinaggi azzerati e con essi l’economia di Betlemme -10. E ha aggiunto che nei campi profughi di Jenin, Nour Shams e Tulkarem ci sono quarantamila rifugiati interni — palestinesi sfollati da altre aree della Cisgiordania — i quali non possiedono più nulla: né cibo, né coperte, né la minima certezza sul domani. Caritas cerca di «riseminare speranza», ha detto Asfar, una parola che ricorreva spesso nella serata lecchese, ma che pronunciata lì, a poche ore di volo da Gaza, suona come un’ostinazione, non come una retorica -10.

Un silenzio che pesa

La sala della Casa dell’Economia ascoltava in piedi, alla fine. Il sindaco di Lecco, Mauro Gattinoni — reduce da un viaggio a Betlemme — ha portato il suo saluto, ma il vero messaggio è venuto dai due testimoni: non voltare lo sguardo, continuare a raccontare, pretendere che i riflettori si riaccendano su quel lembo di Mediterraneo dove ogni giorno si muore non solo di proiettili, ma di abbandono. Caritas Jerusalem, dopo il chiarimento israeliano, continuerà a operare. Ma il diritto, quando viene riconosciuto dopo mesi di stallo, rivela tutta la sua fragilità: serve a poco se intanto, nel tempo della trattativa, si sono spenti i generatori degli ospedali e i bambini hanno dimenticato il suono delle campanelle scolastiche -3-5.

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