Israele revoca le licenze a 37 ong, l'accesso a Gaza si restringe ulteriormente
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Redazione Esteri
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Con l’inizio del 2026, che ha segnato anche il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, il governo israeliano ha formalizzato una decisione destinata a modificare profondamente il panorama degli aiuti umanitari nella regione. Trentasette organizzazioni non governative internazionali, alcune delle quali fra le più note e radicate a livello mondiale, vedranno infatti ritirare la propria autorizzazione a operare non solo in Israele ma anche nei territori palestinesi che esso controlla, il che, com’è evidente, include la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. Queste realtà, che hanno tempo fino al prossimo marzo per cessare le proprie attività e lasciare il paese, si trovano così di fronte a un divieto categorico, un muro che non lascia spazio ad appelli se non a quelli diplomatici, già espressi con veemenza da più parti, i quali però sembrano sortire un effetto limitato davanti alla determinazione delle autorità di Gerusalemme.
Le motivazioni ufficiali e il panorama delle organizzazioni colpite
Il ministero israeliano degli Affari della Diaspora e della Lotta all’antisemitismo, responsabile della decisione, ha precisato che solo una parte minoritaria delle ong presenti nel paese è interessata dalla misura. Le ragioni addotte per la revoca delle licenze, tuttavia, appaiono di un’ampiezza notevole, tanto da poter essere interpretate in modi diversi. Tra i motivi indicati vi sono infatti atti di "delegittimazione" dello Stato ebraico, il supporto ad azioni legali intentate contro soldati israeliani, episodi di negazione della Shoah e, non da ultimo, la negazione degli eventi accaduti il 7 ottobre. Il testo ufficiale, inoltre, arriva ad affermare che "alcune organizzazioni internazionali sono state coinvolte in attività terroristiche", un’accusa grave che non viene però corredata, nelle comunicazioni pubbliche, da prove dettagliate o riferimenti a specifici procedimenti giudiziari conclusi.
L'allarme umanitario e la reazione della diplomazia
La lista delle organizzazioni coinvolte, per quanto non ancora divulgata integralmente, include nomi di assoluto rilievo nel settore degli aiuti, considerati da tempo partner affidabili da agenzie delle Nazioni Unite e da numerosi governi. Oltre a Save the Children, che ha già confermato di aver ricevuto la notifica formale, si parla anche di Caritas Internationalis e della sua articolazione locale, Caritas Jerusalem. La loro possibile espulsione, unita a quella di altre realtà analoghe, solleva interrogativi pressanti sulle conseguenze per la popolazione civile di Gaza, già stremata da anni di blocco e da conflitti ricorrenti. Gli addetti ai lavori lanciano un allarme chiaro, parlando di un "grave impatto" sulle condizioni di vita di centinaia di migliaia di persone, per le quali il lavoro di queste ong rappresenta spesso un’ancora di salvezza per l’accesso a cure mediche, cibo e sostegno psicosociale.
Uno scenario giuridico e operativo in divenire
La mossa israeliana, che segue altri episodi di tensione con organismi internazionali e della società civile, sembra inserirsi in una linea politica più ampia di controllo sull’accesso e sulle operazioni all’interno dei territori palestinesi. Essa lascia poche strade percorribili alle organizzazioni colpite, se non tentare un dialogo diplomatico che appare, al momento, molto complicato. Le condanne arrivate da Unione Europea e Nazioni Unite, seppur nette, non hanno infatti sinora indotto a un ripensamento. Quel che è certo è che, a partire da ora, l’operatività nella Striscia diventerà ancor più difficile, con meno attori presenti sul campo a testimoniare e a rispondere ai bisogni essenziali. La vicenda, per molti versi, ricorda altre inchieste giudiziarie che in passato hanno visto coinvolti operatori umanitari, casi in cui le accuse sono state poi ridimensionate dai tribunali ma solo dopo aver prodotto, nel frattempo, il congelamento di attività vitali.




