Trump elogia al-Sharaa: con lui la Siria potrebbe farcela
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Redazione Esteri
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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha elogiato il suo omologo siriano Ahmed al-Sharaa, al termine di colloqui senza precedenti tenutisi alla Casa Bianca, sostenendo che il passato “difficile” di Sharaa, il quale fu jihadista, costituirebbe un elemento a vantaggio della ricostruzione del paese, da lungo tempo dilaniato dalla guerra. “Potete aspettarvi alcuni annunci sulla Siria. Vogliamo che la Siria diventi un paese di grande successo, e credo che questo leader possa farcela”, ha dichiarato Trump ai giornalisti, segnando una svolta geopolitica di portata storica nelle relazioni bilaterali.
Un ribaltamento diplomatico
Ahmed al-Sharaa, un tempo comandante di un gruppo armato affiliato ad al-Qaeda, è stato dunque accolto nella residenza presidenziale americana in quello che molti osservatori definiscono un capovolgimento delle alleanze; Trump, infatti, non ha esitato a definirlo un “leader forte” per Damasco. Una pagina di storia, senza dubbio, si è voltata quando, per la prima volta dal 1946, un presidente siriano ha varcato la soglia dello Studio Ovale, un gesto carico di significati che cancella decenni di ostilità.
La rimozione delle sanzioni
Questa riabilitazione diplomatica è stata preparata da atti concreti e formali: il Dipartimento di Stato di Washington, infatti, ha provveduto a rimuovere il nome di Ahmad al-Sharaa dalla lista dei terroristi, un passaggio necessario per rendere possibile l’incontro. A ciò ha fatto seguito, su iniziativa americana, la revoca delle sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non solo verso di lui ma anche verso il capo dell’intelligence Anas Khattabi, come annunciato in precedenza dal ministro degli Esteri siriano Assad Shaibani.
Le ripercussioni regionali
Mentre la Siria di al-Sharaa si unisce agli sforzi americani contro lo Stato Islamico, l’influenza di questo nuovo asse si fa sentire anche altrove. In Asia, ad esempio, la Thailandia ha sospeso il cessate-il-fuoco con la Cambogia, un accordo che era stato firmato a ottobre proprio grazie alla mediazione degli Stati Uniti di Donald Trump. La decisione di Bangkok, motivata dalla deflagrazione di una mina nella provincia thailandese di Sisaket che ha causato il ferimento di due soldati, ha portato al congelamento della liberazione dei militari cambogiani prevista dall’intesa, dimostrando quanto gli equilibri siano fragili e interconnessi.




