Il Tesoro colloca 8,5 miliardi di BoT annuali con rendimento in discesa al 2,068% e domanda sostenuta; sul secondario resta sotto i riflettori il Btp a sette anni.
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Redazione Economia
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L’appuntamento mensile con l’asta dei Buoni ordinari del Tesoro, che pure rappresenta per il Dipartimento del Tesoro uno strumento ordinario di provvista a breve termine, ha offerto oggi, mercoledì 11 febbraio, alcuni elementi di lettura non scontati sulla percezione che il mercato — sia esso composto da investitori istituzionali o dai cosiddetti cassettisti — riserva al debito sovrano italiano in questa fase del ciclo economico e finanziario. Il Ministero dell’economia e delle finanze, rispettando il calendario pubblicato nelle settimane precedenti, ha immesso sul mercato la nuova tranche del Titolo zero coupon con scadenza 12 febbraio 2027, codice ISIN IT0005695256, per un ammontare complessivo pari a 8,5 miliardi di euro, importo che era stato indicato come minimo offerto nel comunicato di annuncio dell’operazione e che è stato interamente collocato. A fronte di questa quantità, e il dato assume una valenza significativa in termini di fiducia da parte degli operatori, la domanda è risultata pari a 12,126 miliardi di euro: il rapporto di copertura si è attestato a 1,43, valore che pur non eguagliando i picchi toccati in altre tornate — si pensi ai livelli abbondantemente superiori a 1,8 registrati in alcune emissioni del biennio precedente — testimonia comunque una capacità assorbente del mercato primario che non accenna a esaurirsi.
Il meccanismo dell’asta competitiva, che per i BoT si fonda sull’espressione delle richieste in termini di rendimento e non di prezzo — peculiarità che allinea l’Italia alle prassi vigenti nell’area euro per i mercati monetari — ha prodotto un rendimento medio ponderato del 2,068 per cento, in flessione di quattro punti base rispetto all’asta precedente. La discesa, seppur contenuta e misurata, si inserisce in un più ampio movimento di aggiustamento al ribasso dei rendimenti sui titoli di Stato italiani a breve scadenza, movimento che gli uffici studi delle principali banche d’affari tendono a correlare alle attese di una politica monetaria meno restrittiva da parte della Banca centrale europea e, in controluce, a una percezione del rischio sovrano che i recenti giudizi delle agenzie di rating hanno contribuito a raffreddare, ma non del tutto a normalizzare. Va da sé che il confronto con l’asta di agosto 2024, quando il rendimento del titolo annuale volava oltre il 3,24 per cento, restituisce la misura di quanto il ciclo dei tassi si sia compresso in diciotto mesi, rendendo il costo del finanziamento del debito più leggero per l’erario.
La domanda sostenuta e l’appetito per la scadenza breve
Se il rendimento medio è elemento che fotografa le condizioni correnti del mercato monetario, il volume delle richieste pervenute — e quel 12,126 miliardi di euro complessivi — fornisce una indicazione altrettanto dirimente circa la liquidità ancora presente sui mercati e la volontà degli intermediari di incrementare le proprie consistenze di breve periodo, magari in un’ottica di gestione della tesoreria o di posizionamento difensivo in attesa di sviluppi più chiari sul fronte delle politiche commerciali internazionali, tema particolarmente caldo dopo il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Il collocamento odierno, peraltro, ha consentito al Tesoro di rifinanziare in modo pressoché integrale il precedente BoT a dodici mesi giunto a scadenza il 13 febbraio, operazione quest’ultima che vedeva un ammontare in circolazione di 8,8 miliardi e che dunque lascia intravedere una gestione liquida del portafoglio complessivo improntata a continuità e stabilità. Va ricordato, al proposito, che i Buoni ordinari del Tesoro non riconoscono cedole periodiche, bensì un guadagno determinato interamente dallo scarto di emissione, e che il loro valore minimo sottoscrivibile — mille euro o multipli — ne fa storicamente uno strumento accessibile anche al piccolo risparmiatore, il quale partecipa indirettamente alle aste per il tramite di banche, uffici postali o piattaforme di home banking autorizzate.
Il Btp a sette anni, quel milione e mezzo di ordini e una cedola da ricordare
Parallelamente all’asta dei BoT, e in qualche misura a far da contraltare sulla porzione più lunga della curva, il mercato secondario continua a monitorare con attenzione l’andamento del Btp con scadenza 15 marzo 2033, codice ISIN IT0005689994, titolo a sette anni la cui prima emissione — avvenuta l’8 gennaio 2026 tramite collocamento sindacato — aveva fatto segnare numeri da capogiro: 15 miliardi di euro collocati a fronte di una domanda stratosferica pari a circa 150,41 miliardi, a riprova di un appetito per il rischio italiano che, almeno in quel frangente, aveva travolto ogni più rosea previsione. Quel titolo, che offre una cedola annua lorda del 3,15 per cento pagata in due rate semestrali, era stato battuto solo poche settimane dopo, quando il nuovo Btp a quindici anni — scadenza ottobre 2041 — raccolse ordini per oltre 157 miliardi, stabilendo un record assoluto per le emissioni sindacate del nostro Paese. È opportuno precisare che il Btp marzo 2033, ormai stabilmente quotato sul Mot fin dal 13 gennaio, presenta una prima cedola corta liquidata il 15 marzo 2026 con tasso lordo dello 0,513398 per cento, dettaglio tecnico ma non secondario per chi intenda valutare il flusso cedolare effettivo del primo anno.
La continuità delle emissioni e la struttura del debito in divenire
L’annuncio diffuso ieri, 10 febbraio, dal Dipartimento del Tesoro relativo all’asta di titoli a medio-lungo termine in programma per giovedì 12 febbraio — asta che tradizionalmente segue di ventiquattr’ore quella dei BoT annuali — ha già indirizzato l’attenzione degli operatori verso la nuova tornata di collocamento, dove troveranno spazio verosimilmente riaperture di Btp benchmark e, forse, ulteriori tranche del citato titolo settennale. In questo scenario, che vede un Tesoro impegnato a rifornire il mercato con regolarità quasi orologiera, la discesa del rendimento dei BoT al di sotto della soglia psicologica del 2,10 per cento assume il valore di un indicatore non isolato, bensì correlato a un complessivo miglioramento delle condizioni di finanziamento del debito pubblico, miglioramento che il Dipartimento registra con attenzione ma che deve fare i conti con uno stock di passività ancora imponente e con una platea di investitori istituzionali esteri — si pensi ai grandi fondi sovrani asiatici e mediorientali — la cui fedeltà al mercato italiano è sì solida, ma non incondizionata.




