Il giudice reintegra la lavoratrice: “Licenziata in mezzora”, Maersk la sostituì con l’ia ma ora deve riassumerla

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La riunione era stata convocata per una verifica dei risultati, o almeno così le avevano detto. Giulia – nome con il quale aveva scelto di raccontare la propria vicenda un anno fa – entrò in quella stanza a Genova il 17 gennaio 2025 insieme ad altri tre colleghi dell’ufficio di customer experience, quello dedicato al rapporto con i clienti. Nessuno di loro immaginava che, mezz’ora dopo, si sarebbero ritrovati fuori dall’azienda. Il colosso danese del trasporto marittimo Maersk, che pure muove merci e container in tutto il mondo, aveva deciso di licenziarli in tempo record: una procedura spiccia, quasi priva di dialogo, che di fatto ha cancellato quattro posti di lavoro senza troppi preamboli.

Le mansioni affidate all’intelligenza artificiale in India

A rendere il caso giudiziariamente rilevante – e a farne un precedente destinato a fare discutere – è il motivo sostanziale di quei licenziamenti. Le loro mansioni non sono state semplicemente “ridistribuite” o “accorpate” ad altre figure interne. No, il destino delle loro attività è finito lontano, molto lontano dal capoluogo ligure: in India. Lì, in un centro dove l’intelligenza artificiale viene da tempo applicata alla gestione dei processi aziendali, grazie anche a legislazioni ritenute più permissive rispetto a quelle europee, il lavoro umano è stato progressivamente sostituito o affiancato da algoritmi. Così, quella che per Maersk rappresentava una scelta di efficienza e di riduzione dei costi – spostare a migliaia di chilometri di distanza ciò che prima veniva gestito da persone in carne e ossa – si è trasformata in un contenzioso.

La sentenza del Tribunale del lavoro di Genova

Il Tribunale del lavoro di Genova, alla vigilia del Primo maggio – giornata simbolo della Festa dei lavoratori – ha emesso una sentenza destinata a rimanere negli annali. Giovedì scorso, i giudici hanno stabilito che il licenziamento è illegittimo. Non solo: hanno ordinato a Maersk il reintegro immediato della lavoratrice, quella stessa che era stata liquidata in mezz’ora senza reale preavviso. La sostituzione di fatto con l’intelligenza artificiale, secondo quanto stabilito in aula, non costituisce un giustificato motivo valido per interrompere un rapporto di lavoro alle condizioni descritte dall’azienda. Anzi, il tribunale ha considerato quella decisione una lesione dei diritti fondamentali della persona, al di là della qualifica tecnica che si volesse dare al provvedimento.

Cronaca nera rispettosa e sviluppi giudiziari

Dall’inchiesta, che ha ricostruito i passaggi interni della multinazionale danese, è emerso un quadro preciso: la riunione del 17 gennaio non era affatto un momento di confronto sui risultati, bensì una messa in scena per formalizzare un licenziamento già scritto. Né i colleghi né Giulia avevano avuto la possibilità di replicare o di opporsi prima che la decisione fosse comunicata. Una dinamica che i giudici hanno definito gravemente carente sotto il profilo della trasparenza e della correttezza procedurale. Il caso è ora destinato a fare da apripista per altri contenziosi analoghi: sempre più persone, infatti, rischiano di vedere il proprio lavoro “delocalizzato” non solo geograficamente ma anche tecnologicamente, cedendo il passo a piattaforme e algoritmi. Eppure, questa sentenza ricorda che, almeno in Italia, esiste ancora uno scudo giurisdizionale capace di fermare certe derive. La multinazionale è stata obbligata a riassumere chi aveva espulso, senza poter invocare l’efficienza dell’intelligenza artificiale come alibi.

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