Licenziata per il padel in malattia, il giudice le dà ragione: 18 mensilità di risarcimento

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La malattia, si sa, è un diritto del lavoratore, ma anche un dovere di trasparenza: non sempre, tuttavia, i confini tra ciò che è lecito fare durante un’assenza per infortunio e ciò che configura un abuso sono così netti come potrebbe sembrare. A Rovigo, un caso apparentemente semplice – una caporeparto cinquantenne sorpresa a giocare a padel mentre risultava in malattia per una frattura al pollice – ha generato una sentenza destinata a far discutere gli addetti ai lavori, anche se il verdetto, va detto, non le ha restituito il posto. La lavoratrice, residente a Ferrara ma impiegata da quasi tre decenni come responsabile di reparto in un supermercato di Occhiobello, in provincia di Rovigo, era stata licenziata per giusta causa nel gennaio del 2024, quando i datori di lavoro (o forse qualche collega) l’avevano notata all’interno di un centro sportivo intenta a giocare a padel, nonostante l’assenza dal lavoro fosse stata giustificata proprio da una caduta con conseguente frattura della mano sinistra.

Un provvedimento giudicato “sproporzionato e illegittimo”

Il tribunale di Rovigo, chiamato a pronunciarsi sul ricorso presentato dalla donna, ha però scelto una strada che potremmo definire di compromesso, ma giuridicamente molto chiara: ha accolto parzialmente le ragioni della dipendente, dichiarando il licenziamento ingiustificato perché, stando alla motivazione depositata dal giudice del lavoro, “sproporzionato e illegittimo”. In pratica, il magistrato non ha messo in dubbio la scorrettezza del comportamento della cinquantenne – giocare a padel con un pollice fratturato è oggettivamente un’attività incompatibile con lo stato di malattia dichiarato – ma ha ritenuto che la sanzione espulsiva fosse eccessiva rispetto alla gravità della condotta. La donna, insomma, ha sbagliato, ma non al punto da giustificare un licenziamento, specie considerando la sua anzianità di servizio: ventisette anni nella stessa azienda, un dettaglio che il giudice non ha certo ignorato nel valutare la proporzionalità della pena.

Niente reintegro, ma un assegno da diciotto mensilità

E qui arriva il punto cruciale, quello che trasforma una sconfitta professionale in una parziale vittoria economica: la lavoratrice non riavrà il suo posto da caporeparto, perché il tribunale ha ritenuto comunque venuta meno la fiducia necessaria per proseguire il rapporto di lavoro, ma l’azienda è stata condannata a corrisponderle un risarcimento pari a diciotto mensilità dell’ultima retribuzione. Una cifra, questa, che nelle intenzioni del giudice dovrebbe compensare il danno subito dalla dipendente per un licenziamento giudicato affrettato e troppo severo, senza però obbligare il supermercato a riprendere tra i suoi ranghi una persona che, di fatto, ha tradito le aspettative di correttezza. Una soluzione, quella del reintegro negato ma del risarcimento concesso, che rappresenta una delle ipotesi previste dalla cosiddetta “tutela indennitaria forte” prevista per i licenziamenti ingiustificati.

Il precedente (e i limiti) della libertà durante la malattia

La sentenza di Rovigo, che pure non fa testo al di fuori di quel singolo procedimento, tocca un nervo scoperto del diritto del lavoro italiano: fino a che punto un lavoratore in malattia può svolgere attività diverse dal riposo? La giurisprudenza, ormai da anni, distingue tra atti che ritardano la guarigione (inaccettabili) e quelli semplicemente incompatibili con la certificazione medica ma non dannosi per la salute. Giocare a padel con una mano fratturata, obietterà qualcuno, è probabilmente un comportamento che viola entrambe le categorie, eppure il giudice ha scelto di non sanzionare con il massimo della pena. Un segnale, questo, che le aziende farebbero bene a interpretare con cautela: il licenziamento per giusta causa, per quanto appaia immediato e logico agli occhi di un imprenditore, deve sempre superare il vaglio della proporzionalità, e un errore di valutazione può costare caro. La signora di Ferrara, dal canto suo, incasserà diciotto stipendi senza dover tornare in quel reparto che aveva diretto per quasi ventisette anni.

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