Leone XIV alla Rota Romana: "Veritatem facientes in caritate", la giustizia nella Chiesa tra diritto e vicinanza
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Redazione Esteri
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Nel primo discorso ai prelati uditori del Tribunale della Rota Romana, pronunciato in Vaticano per l'inaugurazione dell'anno giudiziario, il pontefice ha tracciato i cardini di un'amministrazione della giustizia che sappia coniugare, senza contrapporli, il rigore della verità con la virtù della carità. Partendo dalla sua personale esperienza nel ministero giudiziario, ha affermato di comprendere appieno la rilevanza ecclesiale del loro compito, definendolo un servizio prezioso alla funzione giudiziaria universale che compete al vescovo di Roma. Il principio guida, ha sottolineato il papa, è racchiuso nell'espressione paolina "veritatem facientes in caritate", che deve orientare l'attività quotidiana di chi è chiamato a giudicare.
Una carità che non indebolisce la verità
Leone XIV, il cui intervento ha evitato qualsiasi accenno a mere questioni procedurali, ha precisato che verità e carità non sono principi da bilanciare in modo pragmatico, ma dimensioni intrinsecamente unite che trovano armonia nel mistero di Dio, il quale è Amore e Verità. La carità, in questa prospettiva, non si configura come un elemento che attenua o relativizza l'accertamento dei fatti, quanto piuttosto come l'atteggiamento che rende i giudici attenti al vissuto concreto delle persone, a quelle vicende umane spesso segnate da profonda sofferenza. È questa vicinanza, ha implicitamente osservato, che dovrebbe caratterizzare l'approccio della Rota, accompagnando i fedeli nei momenti di difficoltà senza che la macchina giudiziaria si traduca in una burocrazia percepita come distante o, peggio, lesiva della verità stessa che intende servire.
Il diritto a un processo equo e il monito del sostituto
Dal discorso papale emerge con chiarezza il richiamo al diritto dei fedeli a un retto processo, un percorso giudizioso in cui il rigore normativo non sia mai disgiunto dalla mitezza, virtù che lo stesso pontefice ha associato all'opera di Cristo. Concetti ribaditi, nella celebrazione eucaristica che ha preceduto l'udienza, dall'arcivescovo Edgar Peña Parra. Il sostituto della Segreteria di Stato, nell'omelia pronunciata nella Cappella Paolina, ha infatti esortato i prelati a operare con la stessa mitezza di Cristo, al servizio dell'universalità della verità e per il bene di tutti. Un monito che sembra voler corroborare l'insegnamento del papa, indicando nella mitezza e nella carità non un optional pastorale, bensì la modalità stessa con cui la giustizia ecclesiale realizza la sua missione.
Deontologia esemplare contro la deriva burocratica
L'auspicio finale, quello per una deontologia esemplare, si colloca dunque come risposta alla possibile deriva burocratica che può insinuarsi in un tribunale di così alta competenza. La preoccupazione, peraltro mai esplicitata in termini critici ma solo come orizzonte da perseguire, è che la ricerca tecnica della verità processuale, se condotta senza la carità che rende attenti alle persone, finisca per ferire proprio quella verità più profonda che il tribunale è chiamato a tutelare. Il compito dei giudici, in definitiva, si delinea come un esercizio di equilibrio sapiente, dove l'aderenza al diritto canonico e la ponderazione delle prove devono essere costantemente illuminate da uno sguardo capace di cogliere il dramma umano sotteso alle cause, specialmente in quelle, come spesso accade presso la Rota, che toccano gli aspetti più intimi della vita coniugale e familiare.




