New York accoglie l'arcivescovo Hicks, una missione tra i poveri e i migranti
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Redazione Esteri
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Tre colpi di martelletto sulla maestosa porta bronzea della cattedrale di San Patrizio, un suono che ha risuonato nel cuore di Manhattan e ha aperto ufficialmente una nuova era per una delle diocesi più influenti del cattolicesimo americano. L’ingresso di monsignor Ronald Hicks, undicesimo arcivescovo di New York, è stato scandito da un rituale antico, seguito dagli applausi di un’assemblea che affollava ogni spazio disponibile. Quello che si delinea, fin da questo primo istante solenne, è un episcopato che pone al centro l’incontro e la cura pastorale, con uno sguardo particolarmente rivolto verso le periferie esistenziali e la sterminata diversità culturale della metropoli. In una città dove le sfide sociali si intrecciano con le speranze di milioni di persone, la sua guida si annuncia orientata a un dialogo concreto, lontano da astrattezze, calandosi nella realtà quotidiana di quartieri spesso segnati da disuguaglianze.
Un'insediamento nel segno della gioia e dei linguaggi della città
La “gioia” citata più volte durante la liturgia non è rimasta confinata all’interno della navata gotica, ma era già palpabile nelle ore precedenti tra coloro che, nonostante il freddo, hanno atteso sul marciapiede di Fifth Avenue esprimendo il loro benvenuto con canti e cartelli. Una folla composita, specchio fedele dell’anima multietnica di New York, ha poi riempito i circa duemila posti della cattedrale, partecipando a una cerimonia che ha mescolato solennità e uno spirito di familiare accoglienza. La scelta linguistica operata subito da Hicks ha rafforzato questa impressione: l’arcivescovo ha infatti iniziato la sua prima omelia parlando in spagnolo, una lingua madre per una porzione vastissima e vitale dei cattolici locali, citando a memoria i versi di un inno molto noto, “Alma Misionera”.
Il programma in uno stemma: servizio, pace e concretezza
“Signore, prendi la mia vita”, ha esordito, “sono disposto a fare tutto ciò che desideri, qualunque cosa sia, guidami a servire”. Queste parole, più che una semplice citazione, sembrano delineare il tono di un ministero che vuole essere prima di tutto di servizio, come ha poi ribadito affermando il suo amore per Gesù e per la Chiesa. Il motto scelto, “Pace e bene”, è inciso in spagnolo nel suo stemma araldico, a sottolineare un legame culturale preciso e un intento programmatico che evoca i frati francescani e la loro attenzione per gli ultimi. Se la dimensione spirituale resta il fondamento, l’azione pastorale sembra volersi misurare con i bisogni tangibili di una popolazione che supera i due milioni e mezzo di fedeli, tra cui moltissimi immigrati di prima o seconda generazione, ciascuno con le proprie storie e necessità.
Le sfide di una diocesi simbolo in un'epoca complessa
Guidare l’arcidiocesi di New York significa, per sua stessa natura, confrontarsi con responsabilità che travalicano i confini geografici, data la rilevanza simbolica che questa sede ha sempre avuto. L’eredità che Hicks si trova ad accogliere è ricca e impegnativa, in un contesto sociale e politico nazionale in evoluzione, come dimostra la rielezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. In questo quadro, l’attenzione ai poveri e ai migranti, annunciata come prioritaria, assume connotati di particolare delicatezza e attualità, chiamando a una presenza che sappia essere al tempo stesso ferma nei principi e innovativa nelle forme di accompagnamento. La strada è appena iniziata, davanti a quella porta dorata che ora è spalancata.




