Tajani: «In Consiglio Ue abbiamo deciso di sanzionare i coloni israeliani violenti»
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Redazione Esteri
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Il via libera è arrivato quasi in sordina, a margine di un consiglio dedicato ad altri affari europei, eppure rappresenta uno scollamento non marginale nella posizione finora prudente – cauta, per non dire attendista – di Bruxelles. Ad annunciarlo, con la consueta concretezza lessicale che lo contraddistingue, è stato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, al termine della riunione di Bruxelles che ha visto finalmente cadere un veto finora ostinato. «Sì, abbiamo deciso – e c’è una maggioranza politica – di infliggere sanzioni ai coloni violenti», ha dichiarato il titolare della Farnesina, specificando come «si è sbloccata una situazione che era ferma da mesi». L’elemento di novità, nelle sue parole, non risiede tanto nella natura delle misure – che pure arrivano dopo una lunga gestazione – quanto nell’allargamento del target: «ci saranno sanzioni anche per alcuni rappresentanti di Hamas», ha aggiunto, mettendo sullo stesso piano due fenomeni solitamente trattati separati.
La lunga attesa e il ruolo dell’Ungheria
Fino a poche settimane fa, qualsiasi iniziativa in questo senso risultava sostanzialmente paralizzata. L’ostruzionismo di Budapest, si sapeva, aveva rappresentato un argine difficilmente superabile, proteggendo di fatto gli attori più estremisti degli insediamenti. «Noi abbiamo sempre incoraggiato anche l’Ungheria ad accettare le nostre proposte», ha ricordato Tajani, confermando un lavoro diplomatico sotterraneo che ha infine prodotto uno scatto. Ora che la situazione si è sbloccata, il meccanismo sanzionatorio diventa operativo: un giro di vite mirato, non generalizzato, che colpisce singoli individui e non lo Stato di Israele nel suo complesso. Un dettaglio, quest’ultimo, che spiega perché la reazione israeliana sia stata immediata, sebbene prevedibile: «Inaccettabile», hanno tuonato dalle colonne governative, interpretando la mossa come un’ingerenza ingiustificata.
La geografia della controversia: Betania fagocitata
Per comprendere la portata concreta del fenomeno che l’Ue intende arginare, basta guardare a ciò che accade a pochi chilometri da Gerusalemme. Al Eizariya, sobborgo orientale noto ai pellegrini come la Betania dei Vangeli – quella stessa dove, secondo il racconto evangelico, abitava Lazzaro prima di essere resuscitato – viene divorata pezzo dopo pezzo dai progetti coloniali. L’espansione dell’adiacente Maale Adumim, la più grande colonia israeliana costruita in Cisgiordania occupata, ha rappresentato una minaccia costante per la località palestinese. Già penalizzata dal muro di separazione che l’ha tagliata fuori da Gerusalemme, Betania vede oggi i propri terreni e le proprie case progressivamente assorbiti da un insediamento considerato illegale dal diritto internazionale, ma sistematicamente tollerato, se non incoraggiato, dai governi israeliani. Sono proprio gli autori di queste azioni – violente non solo nel metodo ma anche nella sostanza dell’esproprio – a finire nel mirino delle nuove sanzioni europee.
Una mossa timida, niente accordo sospeso
Tuttavia, sarebbe fuorviante leggere questo passo come una svolta radicale nella politica unionista. Il Consiglio Affari esteri ha dato il via libera alle sanzioni contro i coloni violenti, ma nulla più. La sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele – una misura assai più pesante, che avrebbe conseguenze economiche e diplomatiche profonde – non è neanche sul tavolo. Eppure, le richieste in tal senso non mancavano: proprio oggi la Spagna ha rinnovato la propria pressione in quella direzione, senza ottenere seguito. L’impressione, leggendo tra le righe dei comunicati, è che Bruxelles preferisca un approccio chirurgico – sanzioni individuali, revocabili, negoziabili – piuttosto che una rottura frontale. Un calcolo realista, forse, ma che lascia intatto il nodo centrale: mentre i coloni più violenti subiranno restrizioni di viaggio e congelamento di beni, la macchina dell’espansione insediativa continua a girare. E Betania, intanto, continua a scomparire, un mattone dopo l’altro.




