L’Ue sanziona i coloni israeliani violenti, Israele: «Decisione arbitraria e inaccettabile»
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Redazione Esteri
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La tensione diplomatica tra Bruxelles e Gerusalemme ha raggiunto un nuovo, significativo, livello di asprezza dopo l’intesa raggiunta in sede di Consiglio Affari Esteri dell’Unione europea, un’intesa che mira a colpire con sanzioni specifiche i coloni israeliani accusati di atti violenti nei territori palestinesi occupati. A nulla è valsa, evidentemente, la lunga fase di stallo che aveva caratterizzato i mesi precedenti, tanto che l’Alto rappresentante per la Politica Estera, Kaja Kallas, non ha nascosto una certa soddisfazione nel constatare come si sia finalmente passati «dallo stallo ai fatti». Una soddisfazione subito rimpallata dal ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, il quale con un secco «È fatta» ha voluto sottolineare la portata del passo compiuto dai Ventisette. Le sanzioni, va detto, non riguardano l’imposizione di dazi sui prodotti provenienti dalle colonie – misura peraltro a lungo discussa – né tantomeno puniscono l’occupazione illegale della Cisgiordania nel suo complesso, ma si concentrano esclusivamente sui singoli cittadini e sulle organizzazioni israeliane che si renderanno responsabili di violenze accertate ai danni della popolazione palestinese. Una scelta, questa, che ha scatenato la reazione furibonda del governo dello Stato ebraico.
La replica del ministro Sa’ar: «Una scelta arbitraria, frutto di pregiudizi politici»
A prendere la parola, per primo, è stato il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, il quale attraverso il proprio profilo sul social network X ha definito la decisione europea «inaccettabile», denunciando la natura marcatamente ideologica che ne sarebbe alla base. «Israele respinge fermamente la decisione di imporre sanzioni a cittadini e organizzazioni israeliane – ha scritto Sa’ar –. L’Ue ha scelto in modo arbitrario a causa delle sue opinioni politiche e senza alcun fondamento». Una dichiarazione che non lascia spazio a fraintendimenti, e che accusa l’Europa di aver anteposto una certa visione politica a ogni altra considerazione di merito. Ma c’è un aspetto, nelle parole del capo della diplomazia israeliana, che ha suscitato un’irritazione ancora più profonda: il raffronto, giudicato «oltraggioso», tra i coloni israeliani e i terroristi di Hamas. «Un’equivalenza morale completamente distorta» ha tuonato Sa’ar, riferendosi a un presunto parallelismo contenuto – a suo dire – nei documenti o nelle motivazioni addotte dall’Unione europea. Un paragone che Gerusalemme considera una vera e propria offesa, tant’è che della decisione di Bruxelles si contesta non solo la legittimità formale, ma anche la sostanza etica.
La Cisgiordania e il caso di Al Eizariya, la Betania dei Vangeli fagocitata dalle colonie
Se il dibattito politico-diplomatico infuria nelle capitali, sul terreno i fatti raccontano una storia fatta di lottizzazioni, muri e progetti di espansione che divorano pezzo dopo pezzo la terra palestinese. Basti considerare la vicenda di Al Eizariya, il sobborgo orientale di Gerusalemme Est noto ai più come la Betania dei Vangeli: un luogo simbolico, dove secondo il racconto evangelico Gesù Cristo resuscitò Lazzaro, e che oggi si trova a fare i conti con una lenta ma inesorabile opera di fagocitazione da parte dei progetti coloniali israeliani. La minaccia più concreta proviene dall’adiacente Maale Adumim, la più grande colonia israeliana costruita in Cisgiordania, la cui espansione continua a rappresentare un’incisione costante nel territorio di Al Eizariya. Già penalizzata dalla costruzione del muro di separazione, una barriera che l’ha di fatto tagliata fuori da Gerusalemme, la località palestinese vede oggi ridursi ulteriormente i propri spazi vitali. Una dinamica che le sanzioni appena varate dall’Unione europea cercheranno di arginare, sebbene il loro raggio d’azione sia limitato alla repressione delle violenze individuali più che al contesto strutturale dell’occupazione.
Un’intesa faticosa che lascia fuori i dazi ma punta sui comportamenti accertati
La natura dell’accordo raggiunto a Bruxelles va compresa nella sua portata, volutamente circoscritta e comunque frutto di un lungo tira e molla tra le cancellerie europee. Da un lato, l’esultanza di Kallas e Barrot testimonia la volontà di non restare più inchiodati a una posizione meramente verbale; dall’altro, l’assenza di sanzioni commerciali generalizzate – come sarebbero stati eventuali dazi sui prodotti delle colonie – rivela i limiti politici di un’intesa che ha dovuto fare i conti con sensibilità diverse all’interno dell’Unione. Resta il fatto che per la prima volta si attivano misure restrittive mirate a colpire singoli coloni e organizzazioni, sulla base di violenze dimostrate. Un meccanismo, insomma, che subordina la sanzione a un accertamento probatorio non generico. Il governo israeliano, dal canto suo, non ha annunciato per ora contromisure specifiche, limitandosi a una condanna ferma ma ancora tutta da tradurre in atti concreti sul piano delle relazioni bilaterali.




