Venti paesi Ue spingono per i rimpatri in Afghanistan, nonostante i rischi
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Redazione Esteri
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Una coalizione di venti Stati membri dell'Unione europea, con l'Italia in prima fila, ha formalmente sollecitato la Commissione a individuare modalità pratiche per riprendere i rimpatri verso l'Afghanistan. La richiesta, avanzata attraverso una lettera indirizzata al commissario per gli Affari interni, si concentra sulla necessità di rimandare nel paese asiatico i cittadini afghani che si trovano irregolarmente in Europa, perseguendo sia il ritorno volontario che, laddove necessario, l'espulsione forzata. Questa iniziativa, che vede la Germania e il Belgio tra i promotori più determinati, segna una netta inversione di rotta rispetto alle politiche di accoglienza prevalse dopo il ritorno al potere dei talebani, un cambiamento di prospettiva che, come sottolineano i firmatari, mira in particolare a allontanare coloro che hanno commesso reati.
La lettera e la posizione tedesca
Il documento, la cui esistenza è stata resa pubblica, insiste sull'urgenza di "accelerare" le procedure di allontanamento, una sollecitazione che giunge nonostante i reiterati moniti dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, il quale continua a considerare estremamente pericoloso il rimpatrio di individui in un contesto dove, come affermato dall'agenzia Onu, sussistono fondati timori di ritorsioni e violazioni dei diritti umani. I tedeschi, che di questa operazione sono tra i principali artefici, hanno già imboccato la strada dei rimpatri, mostrando una certa disinvoltura nel superare il principio, un tempo cardine, che considerava l'Afghanistan un "paese non sicuro". Una scelta, la loro, che potrebbe implicare, come alcuni osservatori notano, l'avviamento di trattative con le autorità de facto di Kabul e un implicito riconoscimento del loro controllo sul territorio, pur di ottenere la collaborazione necessaria a ricevere i propri cittadini espulsi.
Il nodo sicurezza e il regime talebano
La motivazione centrale addotta dai venti governi ruota attorno a questioni di sicurezza interna e ordine pubblico. La lettera, infatti, menziona esplicitamente la volontà di procedere con i rimpatri "in particolare di quelli che rappresentano una minaccia per l'ordine pubblico", una categoria nella quale possono rientrare soggetti condannati per reati. Questo approccio, che lega la gestione dei flussi migratori alla lotta alla criminalità, solleva interrogativi non semplici sul destino che attende queste persone una volta riconsegnate a un sistema giurisdizionale, come quello talebano, che si basa sull'interpretazione rigorosa della sharia. Consegnare dei condannati a quel sistema significa, di fatto, accettare che siano giudicati secondo le sue leggi, un aspetto che viene accettato come una conseguenza inevitabile della politica dei rimpatri.
Un quadro europeo diviso e complesso
La mossa dei venti paesi delinea un panorama europeo sempre più frammentato sulla questione migratoria, dove un blocco consistente di nazioni spinge per un inasprimento delle politiche di espulsione, anche a costo di forzare i limiti dettati dalla protezione internazionale. L'iniziativa, che mira a coinvolgere le istituzioni comunitarie nella ricerca di una soluzione operativa, dimostra come la pressione di governi con sensibilità politica simile stia cercando di imporre un nuovo corso, spostando l'attenzione dalla protezione umanitaria alla gestione dei flussi e al contrasto dell'immigrazione irregolare. Si tratta di un dibattito destinato a proseguire, che vede da un lato l'esigenza di mostrare efficacia sul fronte della sicurezza e del controllo delle frontiere e, dall'altro, gli obblighi di diritto internazionale e le raccomandazioni di organismi come le Nazioni Unite.




