Afghanistan, quattro anni dopo: rimpatri forzati, diritti negati e l’unico riconoscimento russo
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Redazione Esteri
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Quattro anni dopo il ritorno al potere dei talebani, l’Afghanistan continua a essere un Paese in frantumi, stretto tra deportazioni di massa, crisi umanitaria e un isolamento internazionale che la Russia ha deciso di rompere, diventando l’unica nazione a riconoscere ufficialmente il regime. Mentre milioni di afghani – cacciati dall’Iran e dal Pakistan – rientrano in una terra impoverita e insicura, le donne vivono in una condizione di totale esclusione, private di diritti fondamentali come l’istruzione e la libertà di movimento.
Secondo i dati dell’agenzia Onu per i rifugiati, dall’inizio del 2025 oltre due milioni e duecentomila afghani hanno varcato i confini del Paese, e tra loro il 60% ha meno di 18 anni. Quelli rimpatriati forzatamente dall’Iran – più di un milione solo quest’anno – raccontano di violenze e umiliazioni subite durante l’espulsione. Alcune testimonianze raccolte da ilfattoquotidiano.it parlano di neonati trattenuti per estorcere denaro alle famiglie, di bare restituite senza spiegazioni e di giorni passati senz’acqua al confine. Un ritorno che, per molti, equivale a un salto nel vuoto: l’Afghanistan è devastato non solo dalla crisi economica, ma anche dagli effetti dei cambiamenti climatici, che hanno reso ancor più precari i mezzi di sostentamento.
A peggiorare il quadro è la sistematica cancellazione dei diritti delle donne, private di qualsiasi spazio pubblico dal 15 agosto 2021. Nella valle del Panjshir, la ginecologa di Emergency che opera nella clinica di Anabah descrive un Paese in cui le pazienti – molte delle quali analfabete – arrivano già in condizioni critiche. Tra di loro ci sono anche le mogli dei talebani, relegate in casa «come animali», senza contatti con l’esterno e quasi incapaci di comunicare. «La nostra struttura è l’unico porto sicuro in questo naufragio», spiega la dottoressa, sottolineando come la repressione abbia reso invisibile metà della popolazione.




