La Svizzera sotto i dazi di Trump, tra illusioni di neutralità e timidi avvicinamenti all’Ue
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Redazione Esteri
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Mentre i negoziatori svizzeri continuano a cercare una soluzione per mitigare l’impatto dei dazi imposti da Trump, che hanno raggiunto il 39% contro il 15% applicato all’Unione Europea, i sindaci delle città di frontiera osservano con preoccupazione, ma senza allarmismi, un provvedimento che potrebbe costare alla Confederazione fino all’1% del Pil. La fiducia nelle trattative bilaterali con Washington, coltivata a lungo da Berna, si è rivelata infondata, dimostrando come la neutralità non sia sufficiente a proteggere gli interessi economici del paese in un contesto globale sempre più segnato da politiche protezionistiche.
«Ho pensato fosse una follia colpire la Svizzera», ha dichiarato al Blick il parlamentare americano Jim McGovern, sottolineando come i dazi rischino di danneggiare non solo l’export elvetico – dal cioccolato ai farmaci – ma anche i consumatori statunitensi, costretti ad affrontare rincari inevitabili. Le sue parole, però, non sembrano aver influito sulla linea dell’amministrazione Trump, che già lo scorso "Liberation Day" aveva annunciato un inasprimento delle tariffe, passate dal 31% all’attuale 39%.
L’effetto più immediato della misura è stato quello di riaccendere il dibattito sul rapporto tra la Svizzera e l’Ue, con chi sostiene che un maggiore allineamento a Bruxelles potrebbe offrire una protezione migliore contro le oscillazioni della politica commerciale americana. Se da un lato Berna ha tradizionalmente preferito agire in solitaria, evitando legami troppo stretti con il blocco europeo, dall’altro l’inasprimento dei dazi ha reso evidente la vulnerabilità di una strategia basata esclusivamente sulla capacità di negoziare accordi bilaterali.




