Le libere donne, Lino Guanciale è Mario Tobino nella serie di Michele Soavi.

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il piccolo schermo si appresta ad accogliere una storia di impegno civile e introspezione psicologica, ambientata in uno dei periodi più bui del Novecento. Da martedì 10 marzo, Rai 1 propone in prima serata “Le libere donne”, nuova serie diretta da Michele Soavi che vede Lino Guanciale nei panni dello scrittore e psichiatra Mario Tobino. La fiction, coprodotta da Rai Fiction ed Endemol Shine Italy e disponibile anche in boxset su RaiPlay, si articola in tre puntate per un totale di sei episodi, promettendo un racconto corale che intreccia le sorti di medici e pazienti all’interno delle mura dell’ospedale psichiatrico di Maggiano, a Lucca, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Al centro della narrazione, tratta dal romanzo “Le libere donne di Magliano” pubblicato da Tobino nel 1953, si staglia la figura complessa e anticonformista del dottore appena rientrato dal fronte africano. Guanciale, volto noto al pubblico per interpretazioni misurate e intense come quella del commissario Ricciardi, presta il suo sguardo profondo a un uomo che, lungi dall’essere un eroe senza macchia, si confronta quotidianamente con i propri limiti e con le rigide convenzioni dell’epoca. Il suo Tobino, poetico e umano, si trova a dover navigare le acque torbide di un’istituzione che spesso rinchiude, più che la follia clinica, il disagio sociale e le passioni femminili ritenute scomode o innominabili.

La lotta per la dignità femminile dentro le mura di Maggiano

La trama si dipana a partire da un episodio specifico che funge da catalizzatore: la notte della Vigilia di Natale del 1942, una giovane donna, Margherita Lenzi, viene trovata ferita e in stato di shock davanti al Duomo di Lucca. Sarà il marito, un influente avvocato, a far internare la donna nel manicomio di Maggiano, decretandone di fatto la cancellazione dal mondo. Ed è qui che il dottor Tobino, osservando il suo silenzio e il suo rifiuto di comunicare, inizia a dubitare della natura della sua presunta malattia, sospettando piuttosto una reclusione forzata voluta per mettere a tacere una verità scomoda. Accanto a lui, un piccolo nucleo di colleghi, tra cui il giovane dottor Anselmi interpretato da Fabrizio Biggio, mentre il resto della struttura, impersonata dal direttore Roncoroni, rappresenta l’approccio asettico e severo della psichiatria pre-basagliana.

Parallelamente alla vicenda di Margherita, la serie segue il filo della memoria e della guerra che avanza. Nella vita di Tobino riappare Paola Levi, un amore giovanile interpretato da Gaia Messerklinger, che ora, a causa delle leggi razziali, vive nella clandestinità come staffetta partigiana. Questo intreccio tra il microcosmo del manicomio e il macrocosmo del conflitto mondiale permette a Soavi di allargare lo sguardo su un’Italia ferita, dove la lotta per la libertà personale delle “libere donne” recluse – donne agitate, malinconiche, ribelli o semplicemente fragili – si specchia in quella per la liberazione dal nazifascismo.

L'approccio rivoluzionario di uno psichiatra scrittore

Il cuore pulsante della fiction risiede però nell’evoluzione del metodo di cura di Tobino. Contro ogni prassi, il medico cerca di introdurre laboratori creativi, convinto che l’arte e la parola possano restituire dignità a chi è stato privato di tutto, persino del diritto di esprimere il proprio dolore. Il personaggio, realmente esistito e rimasto in servizio a Maggiano per oltre quarant’anni, fu infatti una figura controversa e profondamente legata alle sue pazienti, tanto da descriverne i volti e le storie con una penna capace di andare oltre il sintomo clinico. Il cast, che vede Grace Kicaj nel ruolo chiave di Margherita, si muove in questa direzione, dando a quelle che Tobino stesso definiva “creature degne d’amore”.

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