Le libere donne, Lino Guanciale: "Per contrastare la violenza sulle donne bisogna partire dall'educazione affettiva. Il successo? Dipende da come lo si usa"
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Torna sul piccolo schermo, e lo fa calandosi nei panni di un uomo complesso e profondamente umano come lo psichiatra Mario Tobino, Lino Guanciale. L'attore abruzzese, uno dei volti più amati e seguiti della fiction italiana, è il protagonista di Le libere donne, la serie evento di Rai 1 tratta dal romanzo Le libere donne di Magliano che Tobino scrisse nel 1953 ispirandosi alla propria esperienza quarantennale all'interno dell'ospedale psichiatrico femminile di Maggiano, in Toscana. Diretta da Michele Soavi, la miniserie - la cui scrittura porta le firme di Peter Exacoustos e Laura Nuti - si preannuncia come un viaggio toccante e per molti versi doloroso nella condizione femminile durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, quando il confine tra follia e libertà, tra cura e reclusione, era quanto mai labile e spesso determinato da una società maschilista e repressiva. La storia, ambientata tra Lucca e Viareggio, prende avvio con l'arrivo di Margherita Lenzi, una giovane ereditiera interpretata da Grace Kicaj, che il marito fa internare contro la sua volontà, scatenando nel dottor Tobino un sospetto destinato a cambiare molte cose.
Un grido di libertà che attraversa i decenni
La figura di Mario Tobino, come emerge dalle dichiarazioni rilasciate da Guanciale nel corso della conferenza stampa di presentazione, diventa così il veicolo per una riflessione che dal passato proietta il suo significato fino ai giorni nostri. Non si tratta, però, della solita operazione di nostalgia o di mera rievocazione storica. La serie, piuttosto, mette in scena il microcosmo di Maggiano come un luogo dove le donne venivano relegate non tanto perché affette da patologie psichiatriche genuine, quanto piuttosto perché scomode: spiriti liberi e ribelli, personalità inquiete, vittime di violenze e vessazioni che il mondo maschile preferiva rimuovere, nascondendole dietro una diagnosi di pazzia. In questo contesto, Tobino, che della scrittura fece uno strumento di indagine e di denuncia, si trova a dover navigare tra i metodi coercitivi allora in voga, come l'elettroshock e l'isolamento, e il suo crescente desiderio di restituire umanità e dignità a quelle esistenze segnate dall'ingiustizia.
L'urgenza di un cambiamento culturale, a partire dagli uomini
Lino Guanciale, che per prepararsi al ruolo ha incontrato la nipote dello psichiatra, Isabella Tobino, sottolinea come la sfida non sia stata solo artistica ma anche etica. Interpretare un personaggio realmente esistito comporta, nelle sue parole, una responsabilità aggiuntiva, specie quando quel personaggio ha lasciato un segno così profondo nella cultura italiana. E proprio dal confronto con la figura di Tobino, l'attore trae spunto per affrontare un tema a lui caro e di stringente attualità: la violenza di genere e le sue radici culturali. A tal proposito, Guanciale ha espresso con chiarezza il suo pensiero, osservando come frasi del tipo “il patriarcato non esiste perché a casa comanda mia moglie” non facciano altro che rallentare un percorso di presa di coscienza che riguarda in primo luogo gli uomini. Per lui, contrastare il fenomeno significa partire dall'educazione affettiva e sentimentale, smantellando quella mentalità che lui stesso definisce “testosteroneica” e che continua a proporre modelli di virilità tossica e violenta.
Il successo come strumento, non come traguardo
E se la carriera gli ha regalato una popolarità indiscutibile, Guanciale dimostra di avere le idee chiare anche su questo fronte. Interrogato sul rapporto con il successo, l'attore lo definisce non un punto d'arrivo ma una “freccia al proprio arco”, uno strumento che può e deve essere utilizzato per veicolare contenuti in cui si crede. Un'idea, questa, che si sposa perfettamente con la scelta di portare in televisione una storia come quella di Tobino e delle sue pazienti. Del resto, la sua carriera, che spazia dal teatro al cinema, dalle commedie brillanti ai ruoli più drammatici come quello del commissario Ricciardi, dimostra una costante ricerca di sfide che gli permettano di esplorare corde diverse. E l'emozione, in questa nuova avventura, è resa ancora più intensa da un legame personale: suo padre era un medico, e Guanciale confessa con un sorriso di sentire il suo sguardo affettuoso ogni volta che indossa un camice per un ruolo, rammaricandosi solo che la messa in onda della serie arrivi dopo la sua scomparsa.
Un cast corale per una storia di donne e di resistenza
Accanto a Lino Guanciale, la serie può contare su un cast di primo piano. Fabrizio Biggio, in un inedito ruolo drammatico, interpreta il dottor Anselmi, un giovane medico idealista che diventerà alleato e amico di Tobino. Gaia Messerklinger veste i panni di Paola Levi, ex compagna del protagonista e staffetta partigiana, figura che incarna il legame tra la guerra combattuta e la resistenza civile. Ma il cuore pulsante della narrazione resta il personaggio di Margherita Lenzi, la cui storia - quella di una donna dichiarata folle dal sistema per aver osato ribellarsi alle angherie del marito - diventa il simbolo di una lotta per la verità e la dignità che, come la serie dimostra, non ha smesso di essere attuale. L'opera, prodotta da Rai Fiction ed Endemol Shine Italy, si propone quindi come un contributo importante per riportare l'attenzione su una delle pagine più controverse della storia della psichiatria italiana, ma anche come uno specchio in cui la società contemporanea è chiamata a riflettersi, senza sconti e senza facili retoriche.




