Le libere donne, la seconda puntata tra verità negate e il ritorno di un amore partigiano
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
La narrazione, nel suo secondo capitolo in onda su Rai 1, infittisce la trama di relazioni e misteri che avvolgono il manicomio di Maggiano, quel luogo fisico e mentale dove la libertà è un concetto astruso e la follia, spesso, soltanto un comodo alibi sociale. La storia riprende il suo corso nell'inverno del 1942, quando la giovane Margherita, il cui Corpo e la cui mente portano i segni di una ribellione disperata, è ormai rinchiusa tra quelle mura per volontà del marito, un gesto che sa più di punizione che di cura. È in questo contesto di sofferenza e attese indefinite che il dottor Mario Tobino, reduce dal fronte e da poco in servizio nella struttura, si trova a dover districare il nodo della sua diagnosi: si tratta di una patologia autentica, quella di Margherita, oppure siamo di fronte all'ennesimo caso di una donna sepolta viva perché scomoda, perché rea di non piegarsi al volere altrui?
La complessità della situazione per il medico, interpretato da Lino Guanciale, non si ferma alle aule giudiziarie o ai colloqui con i colleghi, primo fra tutti il dottor Anselmi – un Fabrizio Biggio inedito in un ruolo drammatico che gli calza a pennello – ma si arricchisce di una dimensione profondamente personale. L’istituto, con i suoi corridoi gelidi e le sue camerate, diventa improvvisamente lo scenario di un incontro che Tobino non aveva previsto: quello con Paola, un amore del passato, una figura femminile diametralmente opposta a Margherita. Se quest'ultima è prigioniera, infatti, Paola è una donna in fuga, braccata, che ha scelto la strada pericolosa della Resistenza e vive nell'ombra, costretta a nascondersi dai fascisti e dai nazisti che occupano il territorio.
Il dubbio metodologico e l’ombra della guerra che avanza
La seconda puntata, a ben guardare, procede su un doppio binario parallelo che a tratti si sfiora, alimentando la tensione emotiva e morale del protagonista. Da una parte c'è l'indagine paziente e ostinata di Tobino, il quale – e questo è il cuore del suo metodo – cerca di scardinare la versione ufficiale fornita dalla famiglia Lenzi, quella che dipinge Margherita come una donna mentalmente instabile e pericolosa. Lui legge le sue carte, osserva i suoi silenzi, i suoi scatti d'ira che potrebbero essere disperazione, e si pone domande che i protocolli dell'epoca, quelli fatti di camicie di forza e docce gelate, nemmeno contemplano. La sua preparazione al ruolo, come ha raccontato lo stesso Guanciale, è stata meticolosa, nutrita dalla lettura delle opere di Tobino e dalla visione di ogni intervista e fotografia disponibile, nel tentativo di restituire la complessità di un uomo che cercava di restituire dignità a chi era sprofondato in un abisso esistenziale.
Parallelamente, la serie allarga il suo sguardo al di là del muro di cinta, mostrando una Lucca e una Toscana segnate dal conflitto. La riapparizione di Paola non è solo un richiamo sentimentale per Mario, ma diventa la cartina di tornasole di un'epoca in cui le scelte personali erano anche e soprattutto scelte politiche. Il suo essere ebrea e partigiana la pone in una condizione di estrema vulnerabilità, e il suo mondo, fatto di azione, paura e ideali, stride violentemente con la staticità opprimente del manicomio. Tobino si trova così diviso tra l'urgenza di salvare Margherita da un destino di oblio, cercando di provare che è soltanto una vittima di soprusi, e la preoccupazione per Paola, che rappresenta una libertà per cui lui, forse, non è ancora pronto a lottare fino in fondo.
Personaggi femminili e la costruzione di un racconto corale
Attorno alle due figure principali, la serie costruisce un affresco corale di notevole spessore, dove ogni volto, ogni comparsa, contribuisce a definire il clima di quegli anni. Grace Kicaj, nel ruolo di Margherita Lenzi, incarna con intensità la fragilità di chi cerca di riaffermare la propria verità in un luogo dove la parola è negata. Il suo personaggio non è solo un simbolo, ma una donna con una sua storia, fatta di violenze domestiche subite in silenzio e di un patrimonio che la rendeva scomoda agli occhi di chi voleva controllarla. La sua reclusione, e lo si capisce bene in queste puntate, è l'atto finale di una sopraffazione cominciata tra le mura domestiche.
Accanto a lei, e alla partigiana interpretata da Gaia Messerklinger, emergono altre figure che popolano il microcosmo di Maggiano: le suore, gli infermieri, e pazienti le cui storie, spesso solo abbozzate, lasciano intravedere universi di dolore e incomprensione. La regia di Michele Soavi, attenta a non cadere nella retorica, predilige inquadrature che raccontano lo spazio come gabbia, ma anche come possibile luogo di solidarietà femminile. L'augurio del regista, quello che lo spettatore possa cogliere spunti di riflessione sulla condizione della donna di ieri e di oggi, si materializza proprio in questi intrecci, dove la battaglia per la giustizia e la libertà non è mai astratta, ma si incarna in gesti quotidiani, sguardi, piccole ribellioni.
L'approfondimento del personaggio Tobino e la ricerca della verità
Ciò che emerge con forza in questo secondo episodio è la dimensione più umana e meno eroica di Mario Tobino. Lontano dallo stereotipo del salvatore, il personaggio interpretato da Guanciale mostra tutte le sue contraddizioni: è un uomo che vive all'interno dell'istituto, che si confronta quotidianamente con metodi che non condivide ma che talvolta è costretto a subire, un intellettuale che usa la poesia e la scrittura come strumenti per avvicinarsi alla verità delle sue pazienti. La sua battaglia non è frontale, ma sottile: cerca di scalfire il sistema dall'interno, piantando semi di dubbio nelle menti dei colleghi e cercando di ottenere giustizia per Margherita attraverso le vie legali, un percorso irto di ostacoli in un'Italia fascista dove il diritto di un uomo sulla moglie era considerato pressoché assoluto.
La sua ricerca della verità su Margherita – se sia malata o vittima – diventa così una sorta di indagine morale che lo porta a scontrarsi con il muro di gomma delle convenienze familiari e dell'indifferenza istituzionale. E mentre il passato, con il volto di Paola, bussa alla sua porta portando con sé il rumore della Storia, Tobino capisce che la posta in gioco è altissima: non si tratta solo di salvare una donna, ma di affermare un principio, quello per cui la libertà individuale non può essere sacrificata sull'altare del conformismo e della violenza di genere. Un messaggio, questo, che la serie lancia con forza, ancorandolo saldamente a un periodo storico che, per certi versi, continua a interrogarci.




