Le libere donne, la nipote di Tobino: «Una fiction emozionante che rende giustizia a mio nonno»

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Seduta sul divano di casa, accanto al marito, l’avvocato Andrea Antongiovanni, con lo sguardo incollato allo schermo e il cuore che galoppava: è questa l’immagine che restituisce la serata di Isabella, nipote di Mario Tobino, mentre martedì seguiva la prima puntata di Le libere donne, la serie diretta da Michele Soavi e coprodotta da Rai Fiction ed Endemol Shine Italy. Attimi di vita familiare, ricordi, emozioni si intrecciavano alle scene di quella fiction che, nelle sue intenzioni, «rende giustizia» all’eredità dello scrittore e psichiatra viareggino, restituendo dignità a un libro, Le libere donne di Magliano, che della follia ha saputo raccontare la profondità umana prima ancora che clinica. La miniserie, che impegna la prima serata di Rai 1 per tre appuntamenti e sei episodi complessivi, non si limita a trasporre un classico della letteratura italiana del Novecento, ma prova a scavare nel meccanismo perverso, ed epurato da ogni retorica, che in epoca fascista trasformava il manicomio in uno strumento di controllo sociale, una deriva su cui il regista, Michele Soavi, costruisce una narrazione tesa e partecipe.

La follia come pena per le donne scomode

Al centro della scrittura scenica, firmata da un collettivo di autori che hanno lavorato a stretto contatto con i familiari di Tobino e con i testi originali, c’è l’ospedale psichiatrico di Maggiano, a pochi chilometri da Lucca, dove lo stesso Tobino – interpretato da un misurato Lino Guanciale – operò per quasi mezzo secolo. Ma se nel romanzo del 1953 prevaleva lo sguardo partecipe del medico-poeta sulle sue assistite, definite con umanità «libere donne» proprio perché capaci, nella loro reclusione, di una verità più autentica di quella del mondo esterno, la serie allarga il fuoco. Qui dentro, negli anni bui del conflitto mondiale, finiscono donne che hanno osato alzare la testa: mogli scomode fatte internare dai mariti per sottrarle al patrimonio di famiglia, partigiane come Paola Levi – il personaggio interpretato da Gaia Messerklinger, ispirato alla figura storica di Paola Olivetti – o semplicemente ragazze che hanno rifiutato il ruolo imposto loro da una società patriarcale e violenta. Il manicomio diventa così il luogo fisico in cui si consuma una doppia reclusione, quella reale e quella metaforica, e la macchina da presa di Soavi, abile nel ricreare le atmosfere cupe e insieme rarefatte dell’istituto, insiste sui volti, sugli sguardi, sui silenzi di queste internate. Le riprese, va detto, hanno utilizzato per gli interni l’ex ospedale Carlo Forlanini di Roma, mentre le esterne sono state girate tra le strade e le piazze di Lucca, da Piazza San Martino al Palazzo Ducale, e nelle campagne senesi, a riprova di una produzione che ha cercato una autenticità visiva non scontata.

La storia di Margherita, o della verità negata

Il motore drammaturgico della serie, e in particolare di questa prima parte andata in onda, è la vicenda di Margherita Lenzi, ruolo affidato a Grace Kicaj. La sua entrata in scena è di quelle che non si dimenticano: nella notte di Natale del 1942 irrompe nuda e ferita sul sagrato del Duomo di Lucca, durante la messa, e da lì viene prelevata e tradotta al manicomio per volere del marito, un avvocato agiato e apparentamente irreprensibile. Tobino, reduce dal fronte libico e ancora segnato dall’esperienza della guerra, si trova di fronte a un bivio: applicare i protocolli, le terapie elettroconvulsivanti, la camicia di forza, oppure ascoltare quella donna e provare a capire cosa si celi dietro quel gesto estremo. La serie, con un ritmo che alterna momenti di intensa partecipazione emotiva a sequenze più distese, mostra il medico mentre cerca di introdurre nel chiuso reparto femminile forme di espressione creativa, un laboratorio in cui le ricoverate possano ritrovare una parola, un segno, una traccia di sé. Ma la strada è in salita: i colleghi, tra cui un cinico dottor Parisi, guardano con sospetto a queste innovazioni, mentre la stessa macchina giudiziaria, chiamata a decidere sulla liberazione di Margherita, le si ritorce contro quando la donna, nel tentativo di denunciare le violenze subite, perde il controllo e viene giudicata incapace di intendere e di volere proprio per quella reazione. È il cortocircuito tragico che la fiction mette in scena senza sconti: la vittima, quando prova a parlare, fornisce al sistema la prova della sua pazzia.

Il ritorno del passato e l’ombra della guerra

A complicare il quadro, e ad arricchire la tensione emotiva, arriva la figura di Paola Levi, un amore giovanile di Tobino che riemerge dal passato. Ebrea, partigiana, donna libera e coraggiosa, Paola incarna l’altra faccia della reclusione: quella di chi, pur non chiusa in manicomio, è braccata dalle leggi razziali e costretta a muoversi nell’ombra, rischiando la vita ogni giorno. Il triangolo che si viene a creare tra Mario, la donna che lotta per la libertà di tutti e Margherita, che lotta per la propria, è il contrappunto perfetto per mostrare come la dignità umana sia un bene fragile e conteso, dentro e fuori le mura dell’ospedale. E mentre la guerra avanza e il fronte si avvicina, anche Maggiano diventa un luogo di passaggio per perseguitati: Marta, una bambina ebrea, viene nascosta tra le pazienti, e l’intera struttura si trasforma in una sorta di rifugio precario, costantemente esposto ai rastrellamenti e alla violenza dei nazisti. La regia di Soavi, che ha alle spalle una lunga carriera tra cinema e televisione, tiene insieme questi piani narrativi con mano sicura, evitando facili sentimentalismi e puntando invece sulla costruzione di un clima di crescente oppressione, in cui la Storia fa irruzione nelle vite private con la forza di un macigno. Tra i personaggi di contorno, spicca per complessità quello di Suor Maria, interpretata da Vittoria Gallione, una giovane novizia che nel silenzio del manicomio si interroga sul significato più autentico della libertà, personale e spirituale, in un percorso che promette sviluppi significativi nei prossimi episodi. La serie, insomma, sembra aver centrato l’obiettivo di restituire la complessità dell’opera di Tobino, senza tradirne lo spirito ma anzi attualizzandone le domande.

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