"Mio zio Mario Tobino e quel manicomio di Maggiano che non deve crollare": la nipote Isabella dopo il successo della fiction

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Seduta nel salotto della sua casa che si affaccia sulla pineta di Viareggio, Isabella Tobino tiene gli occhi incollati allo schermo del televisore mentre scorrono le immagini della serie che riporta in vita la figura di suo zio, lo psichiatra e scrittore Mario Tobino, e l'emozione, quella vera, profonda, quella che ti prende alla gola e non ti molla, le riempie il cuore e la memoria in un subbuglio di sentimenti difficile da raccontare. La seconda puntata de “Le libere donne”, la fiction diretta da Michele Soavi e trasmessa su Raiuno con Lino Guanciale nei panni del medico viareggino, sta facendo parlare di sé non solo per gli ascolti, che restano comunque importanti nonostante la concorrenza del reality show con i fratelli vip condotto da Ilary Blasi, ma soprattutto per il dibattito che ne sta scaturendo attorno alla figura di un uomo che ha dedicato l'intera esistenza alla cura della malattia mentale in un'epoca, quella della Seconda Guerra Mondiale, in cui non esistevano psicofarmaci e i cosiddetti “matti” venivano semplicemente internati e dimenticati tra le mura degli ospedali psichiatrici.

Isabella, che della Fondazione dedicata allo zio è presidente e da vent'anni ne custodisce con gelosa attenzione la memoria storica e professionale, osserva con occhio partecipe ma anche critico la narrazione che il piccolo schermo sta offrendo del congiunto, e se da un lato apprezza il lavoro di regia e la capacità della serie di portare finalmente Mario Tobino all'interno delle case degli italiani dopo un lungo oblio che ne aveva offuscato il contributo scientifico e letterario, dall'altro non può fare a meno di notare come certe scelte narrative, compresa la ship con Lino Guanciale e la paziente Margherita che tanto sta facendo discutere sui social network dove qualcuno parla addirittura di telenovelas, finiscano talvolta per semplificare una realtà che era ben più complessa e sfaccettata di quanto non appaia nella finzione scenica.

La serie televisiva, che si concluderà il 24 marzo con la messa in onda del quinto e sesto episodio e che vede nel cast anche Gaia Messerklinger nei panni di Paola Levi, la donna che fu compagna dello psichiatra per quarant'anni oltre che nonna del regista Soavi, insieme a Grace Kicaj e Fabrizio Biggio, si ispira al romanzo “Le libere donne di Magliano” pubblicato da Mondadori nel 1953, un'opera che rappresenta una delle testimonianze più alte e intense della psichiatria italiana perché costruita come un diario a partire dalle cartelle cliniche e dall'esperienza diretta dell'autore nella divisione femminile del manicomio di Maggiano, quel luogo dove Tobino scelse di vivere stabilmente in due stanzette con il bagno esterno invece di abitare nella casa che pure aveva comprato nel centro di Lucca, e questo la dice lunga su quanto sentisse suo quel mondo fatto di dolore e di pena ma anche di umanità e di ricerca di una dignità per le ricoverate che la società aveva messo ai margini.

L'emozione della nipote e il timore per il destino di Maggiano

Isabella Tobino, che dello zio conserva un ricordo affettuoso e familiare fatto di visite festive e di racconti mai incentrati sul lavoro in ospedale perché quella era una vita dura, pesante, piena di sofferenza da lasciare fuori dalla porta quando si varcava la soglia di casa, ha seguito passo passo la produzione della fiction intrattenendo contatti con lo stesso Soavi che dal 2017 si batteva per portare sul piccolo schermo questa storia, e nel vedere il risultato finale non può che esprimere soddisfazione per come il lavoro di regia abbia finalmente sollevato quel velo di oblio che per troppi anni, troppi, era calato sulla figura di Mario Tobino oscurandone il ruolo di pioniere in un campo, quello della psichiatria, dove il suo approccio umanizzante anticipava di decenni le riforme che sarebbero arrivate solo con la legge Basaglia del 1978. La preoccupazione però resta, eccome se resta, ed è quella che vede al centro l'antico manicomio di Maggiano, quel complesso architettonico che fu scenario della sua opera e che oggi, di proprietà dell'azienda sanitaria, attende da tempo una convenzione per la concessione trentennale della parte centrale alla Fondazione Tobino, un passaggio burocratico fondamentale per poter sviluppare progetti di valorizzazione e realizzare quel museo multimediale che richiederebbe ingenti finanziamenti da parte delle istituzioni locali e regionali, perché non si può permettere che un luogo simbolo della storia della medicina italiana, dove Tobino visse e lavorò per quarant'anni, venga lasciato andare in rovina o peggio ancora dimenticato.

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