Un viaggio nel manicomio di Maggiano, tra gli oggetti della sofferenza e il successo (misurato) di “Le libere donne”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Sembra sgorgare da sottoterra la sofferenza di queste stanze, e il loro grido di dolore – quello dei pazienti deliranti, depressi, ossessionati, schizofrenici – risuona ancora tra queste mura di freddo e muffa, nonostante il tempo trascorso e la chiusura dell’istituto. Ci sono i loro oggetti, brandelli di materia che parlano d’afflizione; c’è il carrello per le medicine, fermo immobile in un corridoio e avvolto dalla ruggine che avanza inesorabile, e poi ci sono i letti, quei letti d’angoscia e insonnia, con le reti di ferro ormai consumate, quasi sgretolate dalla memoria e dall’abbandono. È in questo scenario, quello dell’ex ospedale psichiatrico di Maggiano, reso celebre dalle pagine di Mario Tobino, che si è recentemente immersa la fiction di Rai1 “Le libere donne”, trasposizione televisiva dell’opera letteraria che racconta l’esperienza dello scrittore e psichiatra all’interno del reparto femminile. La serie, diretta da Michele Soavi, ha portato sullo schermo non solo la complessità della condizione femminile in un’epoca segnata dalla guerra e dal patriarcato, ma ha anche riacceso i riflettori su un luogo fisico – quello di Maggiano – dove la storia si è intrecciata con la malattia mentale e con i tentativi, spesso isolati, di cure alternative messe in atto da Tobino.

L’eco della cronaca e il richiamo della memoria storica

A distanza di anni dalla pubblicazione del capolavoro di Tobino, il dibattito sull’internamento femminile non si è spento, e anzi trova nuova linfa in iniziative culturali che cercano di restituire dignità a quelle voci dimenticate. Proprio in occasione dei settant’anni dall’uscita del libro, una mostra dal Titolo “Donne internate a Maggiano – L’arrivo di Mario Tobino e Le libere donne” ha messo in luce sei storie emblematiche, frutto di una ricerca condotta da studenti di istituti superiori insieme ad associazioni culturali. Il lavoro, esposto a Firenze, ha rappresentato un tentativo di analisi approfondita su come le discriminazioni e i pregiudizi, un tempo ancora più feroci di oggi, portassero a veri e propri atti di segregazione, laddove quella che oggi definiremmo fragilità veniva semplicemente nascosta dietro mura spesse e cancelli sbarrati. Se da un lato le istituzioni locali hanno sottolineato l’importanza di rileggere quegli errori attraverso l’arte, dall’altro il fascino oscuro di quegli spazi ha ispirato anche lavori artistici come “Luci d’Ombra” del fotografo Giovanni Nardini, il quale, entrando in quei luoghi deserti, ha cercato di penetrare il silenzio per dare voce a chi non ne aveva più.

Grace Kicaj e il successo (misurato) della serie in prima serata

Tra le giovani attrici più promettenti del panorama televisivo italiano, Grace Kicaj si è imposta all’attenzione del pubblico proprio grazie al ruolo di Margherita, una delle pazienti protagoniste di questa storia. Nata a Tirana e cresciuta a Sassuolo, la 25enne ha raccontato come la sua formazione artistica, iniziata con la pittura prima ancora della recitazione, l’abbia aiutata ad approcciare la complessità di un personaggio che oscilla tra lucidità e disperazione. Kicaj ha infatti descritto Margherita non come una semplice vittima, ma come una giovane donna dotata di un coraggio straordinario, capace di fingere la follia pur di sfuggire a un marito violento, portando avanti con determinazione una battaglia per la libertà che trova il suo contraltare nell’umanità complessa dello psichiatra interpretato da Lino Guanciale. La serie, ambientata durante la seconda guerra mondiale in un manicomio femminile, ha dovuto misurarsi con un compito non facile: raccontare scene drammatiche e allucinate, in un contesto storico in cui la follia sembrava regnare tanto dentro quanto fuori dall’istituto, riuscendo comunque a consolidare il proprio pubblico.

E i numeri, in tal senso, hanno dato ragione alla scommessa di Rai1. Al termine della prima stagione, la fiction ha fatto registrare dati di ascolto più che positivi, toccando picchi superiori al 18% di share. In particolare, la terza e ultima puntata ha ottenuto un 18,1% con quasi tre milioni di telespettatori, confermando il buon esito di un prodotto che è riuscito a tenere testa alla concorrenza del “Grande Fratello Vip” condotto da Ilary Blasi, spesso battuto sul filo di lana. Un successo, quello de “Le libere donne”, che ha dimostrato come un prodotto di qualità, capace di intrecciare la memoria storica con una narrazione intensa, possa ancora trovare spazio nel palinsesto della prima serata, nonostante la forte concorrenza dei reality show e dei talk show di attualità.

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