Le libere donne, il finale del 25 marzo: la resa dei conti a Maggiano tra guerra e libertà

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La terza e ultima serata di “Le libere donne”, in onda martedì 25 marzo su Raiuno, porta a compimento il complesso mosaico narrativo che la serie, diretta da Michele Soavi e coprodotta da Rai Fiction ed Endemol Shine Italy, ha costruito attorno alla figura di Mario Tobino e alle ricoverate del manicomio di Maggiano. Gli episodi conclusivi, il quinto e il sesto, chiudono un percorso iniziato con la messa in onda del 10 marzo, quando la fiction ha fatto il suo ingresso nel palinsesto della prima serata forte di un’accoglienza che i dati Auditel hanno certificato come più che positiva, con quasi tre milioni di spettatori e uno share che si è attestato intorno al diciotto per cento.

L’arco narrativo della miniserie, tratta liberamente dal romanzo autobiografico “Le libere donne di Magliano” che Mario Tobino pubblicò nel 1953, ha sempre avuto il pregio di intrecciare le vicende private delle internate con il contesto storico della Seconda guerra mondiale, e in questo finale la compenetrazione tra i due livelli raggiunge il suo punto di massima tensione. Il manicomio di Maggiano, luogo di reclusione ma anche, nello sguardo del medico-scrittore interpretato da Lino Guanciale, spazio di possibile riscatto e di osservazione partecipe della fragilità umana, diventa il teatro di uno scontro che non è più soltanto ideale, tra vecchi metodi coercitivi e nuove istanze di umanizzazione delle cure, ma diventa concreto e fisico con l’irrompere della violenza bellica.

La guerra dentro le mura e il ballo in maschera come specchio della libertà

Mentre il conflitto mondiale stringe la sua morsa attorno alla Toscana, la struttura diretta da Tobino si trova a dover fare i conti con una realtà esterna che preme per entrare, e che nelle puntate conclusive travolge ogni equilibrio precario. Le donne di Maggiano, tra cui spiccano per intensità drammatica i personaggi di Margherita Lenzi, interpretata da Grace Kicaj, e di Paola Levi, cui dà volto Gaia Messerklinger, vedono il loro destino incrociarsi in modo ineluttabile con quello dei soldati e delle bombe.

L’elemento del ballo in maschera, che le anticipazioni suggeriscono come momento centrale del finale, non è un mero espediente scenografico, ma rappresenta una chiave di volta narrativa di prim’ordine. In quel contesto apparentemente evasivo e giocoso, le maschere indossate dalle ricoverate e dai loro accompagnatori finiscono paradossalmente per rivelare verità che la vita ordinaria tiene celate: la finzione teatrale diviene lo strumento per esprimere desideri inespressi, paure recondite e, per un attimo, quella libertà di essere sé stesse che la società e la diagnosi psichiatrica del tempo negavano loro. È in questo frangente che la resa dei conti annunciata trova la sua dimensione più autentica, non tanto in uno scontro fisico quanto in un confronto, talvolta silenzioso, tra chi ha sempre imposto il silenzio e chi finalmente trova il coraggio di parlare.

I fantasmi del passato e la verità sulle internate

Nel corso degli episodi finali, emergono con prepotenza i retroscena che hanno portato molte di quelle donne oltre le mura di Maggiano. La fiction, fedele allo spirito dell’opera di Tobino che della follia ha dato una lettura sempre lucida e partecipe, non si sottrae al racconto di storie difficili, fatte di abusi, violenze domestiche e oppressione sociale, che nulla hanno a che vedere con la malattia mentale propriamente intesa ma che di quella malattia rappresentavano allora una delle cause socialmente riconosciute. Il percorso dello psichiatra, che proprio in quegli anni di guerra matura una coscienza critica sempre più netta nei confronti dell’istituzione manicomiale, lo porta a schierarsi in modo inequivocabile al fianco delle sue assistite, difendendole non solo dalle loro patologie ma anche da un mondo esterno che spesso le ha respinte e dimenticate.

La scrittura di Soavi, che nella sua lunga carriera ha alternato cinema di genere a produzioni televisive di ampio respiro, mantiene un registro asciutto e partecipe insieme, senza cadere nello stucchevole o nel pietismo. Il manicomio di Maggiano, con i suoi corridoi e le sue stanze, diventa così il microcosmo di un’Italia che cambia, dove la lotta per la libertà delle internate si salda idealmente con quella partigiana per la liberazione dal nazifascismo. E mentre le vicende personali di Mario Tobino, il suo legame con Paola e il suo impegno civile giungono a una definizione, sono i destini di Margherita e delle altre donne a rubare la scena, in un finale che restituisce loro, se non sempre la felicità, almeno la dignità di una verità finalmente riconosciuta. La serie si conclude così, lasciando allo spettatore il peso e la bellezza di una storia che ha saputo raccontare con intelligenza una pagina complessa della nostra identità nazionale.

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