Il manicomio di Maggiano, la memoria di Tobino e l’appello che arriva da quelle stanze
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Sembra sgorgare da sottoterra la sofferenza di queste stanze, e il loro grido di dolore – quello dei pazienti deliranti, depressi, ossessionati, schizofrenici – risuona ancora tra queste mura di freddo e muffa. È un’eco che non accenna a placarsi, quella che avvolge l’ex manicomio di Maggiano a Lucca, luogo d’elezione della scrittura di Mario Tobino e spazio fisico dove, per decenni, si è consumata la tragedia silenziosa dell’internamento psichiatrico. A testimoniarlo sono i brandelli di materia che il tempo non ha ancora cancellato: oggetti quotidiani ridotti a reliquie, carichi di un’afflizione che non chiede di essere rimossa ma, forse, semplicemente riconosciuta. Lì, in fondo a un corridoio, il carrello per le medicine è fermo, immobile, avvolto dalla ruggine che avanza inesorabile; più avanti, i letti d’angoscia e insonnia mostrano le loro reti di ferro consumate, ormai sgretolate, come scheletri di un’esistenza sospesa.
Il peso della materia: oggetti che raccontano l’internamento
Entrare in quegli spazi, oggi, significa misurarsi con una concretezza che le parole faticano a trattenere. Non ci si trova di fronte a un semplice abbandono edilizio, ma a un deposito involontario di storie individuali: ogni oggetto – fosse una sedia spostata, una cartella clinica dimenticata, un’impronta lasciata sul muro – diventa il frammento di un destino. A richiamare l’attenzione su questa eredità è, tra gli altri, l’appello della nipote dello stesso Tobino, che invita a non disperdere la memoria di ciò che quelle stanze hanno rappresentato. Si tratta di un richiamo che risuona mentre, in parallelo, la fiction televisiva “Le libere donne”, ispirata al celebre romanzo “Le libere donne di Magliano”, ha appena concluso la sua messa in onda, riportando sotto i riflettori l’universo femminile che lo scrittore descrisse con sguardo partecipe e, al contempo, clinico.
Dalla pagina alla scena: la fiction che riaccende i riflettori
La serie, coproduzione Rai Fiction ed Endemol Shine Italy per la regia di Michele Soavi, ha trovato in Lino Guanciale l’interprete principale di una narrazione ambientata nel 1942, all’interno di un ospedale psichiatrico femminile governato da regole ferree e da una concezione custodialistica della malattia mentale. Per sei episodi, la messa in scena ha tentato di restituire, con delicatezza e profondità, quel dualismo che Tobino seppe raccontare meglio di altri: da un lato il rigore delle diagnosi e delle terapie dell’epoca, dall’altro la complessa umanità delle ricoverate, le “libere donne” che in quelle mura trovavano invece la massima costrizione. La conclusione, andata in onda il 24 marzo, ha lasciato il pubblico di fronte a un finale intenso, condiviso attraverso le reazioni di chi ha parlato di commozione fino alle lacrime, tributando a Guanciale e al resto del cast una partecipazione che ha superato lo schermo per tornare, idealmente, a interrogarsi sui luoghi reali della follia.
Un luogo che chiede di non essere rimosso
Il legame tra la finzione narrativa e il luogo fisico di Maggiano, in questo senso, si fa stringente. Le stanze oggi visitabili – quelle stesse che custodiscono il carrello della medicina fermo e i letti ormai inutilizzabili – sono lo scenario originale dove Tobino esercitò la professione di medico, maturando quello sguardo che poi avrebbe riversato nella scrittura. L’appello della nipote, che si leva in un momento di rinnovata attenzione mediatica, sembra voler evitare che l’interesse per la serie televisiva si esaurisca nel semplice consumo culturale, senza tradursi in una consapevolezza storica più profonda. Perché in quegli oggetti, avvolti dalla muffa e dalla ruggine, non c’è solo il degrado fisico: c’è il peso di un’istituzione che per decenni ha significato isolamento, la traccia di un dolore che, come sottolineato da chi osserva, sembra davvero sgorgare da sottoterra. È una memoria che non chiede pietismo, ma che esige di essere preservata nella sua interezza, senza la rimozione che troppo spesso ha accompagnato la chiusura dei manicomi.




