Fisco, gettito record nel 2025: le entrate dello Stato volano a 614 miliardi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’analisi dei conti pubblici italiani, condotta dal Centro studi di Unimpresa sul periodo che intercorre tra il 2022 e il 2025, restituisce l’immagine di un bilancio statale in fase di progressivo riequilibrio, trainato principalmente dalla straordinaria performance del gettito fiscale. Le entrate tributarie, che rappresentano la voce più consistente delle casse pubbliche, sono infatti passate dai 528,1 miliardi di tre anni fa agli attuali 614,2 miliardi, facendo segnare un balzo in avanti di 86,1 miliardi, pari a una crescita percentuale del 16,3%. Parallelamente, le entrate complessive dello Stato sono cresciute da 632,2 miliardi a 708 miliardi, con un incremento del 12%, mentre le uscite, seppure in aumento, hanno registrato una dinamica più contenuta, attestandosi a 845,1 miliardi contro i 781,5 miliardi del 2022.

Una dinamica della spesa che lascia spazio al miglioramento del saldo

Questo differente passo tra entrate e uscite ha prodotto un miglioramento del disavanzo complessivo, che si è ridotto di oltre 12 miliardi, passando da un saldo negativo di circa 149 miliardi a uno di circa 137 miliardi. Un fenomeno, questo, che evidenzia come la pressione fiscale, nonostante le dichiarazioni d’intenti sui tagli, continui a giocare un ruolo da protagonista nel riequilibrio dei conti. Va inoltre sottolineato come nel corso del 2025 si sia assistito a una sostanziale stabilizzazione della spesa pubblica, rimasta pressoché ferma rispetto all’anno precedente, mentre le entrate hanno proseguito il loro cammino ascendente grazie al gettito record.

Il nodo del deficit e il cammino verso l’Europa

Nonostante il gettito record, il percorso di risanamento non è privo di ostacoli, come dimostrano i dati diffusi dall’Istat relativi allo stesso 2025. L’istituto di statistica ha certificato una crescita del Pil dello 0,5%, accompagnata da un rapporto deficit/Pil fermo al 3,1%, un valore superiore di un decimo di punto rispetto all’obiettivo del 3% che il governo si era prefissato nel Documento programmatico di finanza pubblica dell’ottobre scorso. Questo scarto, seppur minimo, assume un rilievo particolare perché impedisce all’Italia di uscire con un anno di anticipo dalla procedura Ue per i disavanzi eccessivi, condizionando la possibilità di attivare con maggiore scioltezza la clausola di salvaguardia per incrementare le spese militari, un tema reso sempre più pressante dagli impegni Nato e dalle tensioni geopolitiche.

Le incognite geopolitiche e strutturali sullo sfondo

A complicare il quadro, già di per sé denso di sfide, intervengono le turbolenze dello scenario internazionale e alcune fragilità strutturali dell’economia italiana. L’agenzia di rating Scope Ratings ha recentemente messo in guardia sui rischi connessi a un eventuale prolungarsi della crisi in Medio Oriente; un’escalation del conflitto, con le sue ricadute sui prezzi energetici, potrebbe infatti frenare la crescita, riducendo i consumi e le esportazioni, e mettere così in discussione l’intera architettura del rientro fiscale. Nel caso in cui la crescita economica dovesse rallentare allo 0,3%, le stime prefigurano un deficit che rimarrebbe sopra la soglia del 3% anche nel 2026, rendendo assai più complessa la chiusura della procedura d’infrazione. A ciò si aggiunge la pressione inesorabile della spesa pensionistica, destinata a crescere dall’attuale 15,5% del Pil fino a un picco del 17,3% nel 2037, uno degli incrementi più rapidi tra le grandi economie europee, che rischia di erodere nel tempo gli avanzi primari faticosamente conseguiti.

Il paradosso della difesa e la stabilità politica

Proprio mentre si discute di rientro dal debito, emerge un paradosso non secondario legato alle spese per la difesa. L’uscita dalla procedura di infrazione rappresenta per l’Italia un passaggio chiave per poter poi richiedere l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, che consentirebbe di aumentare la spesa militare, per avvicinarsi all’obiettivo Nato del 2,5% del Pil entro il 2028, senza alterare in modo sostanziale il deficit nell’immediato. Tuttavia, un eventuale aggravarsi della crisi in Medio Oriente vanificherebbe questi margini di manovra. In questo contesto di incertezze, che si riverbera anche sulla stabilità dell’esecutivo guardando oltre il 2027, la continuità delle politiche e delle riforme volte ad aumentare il potenziale di crescita resta un fattore cruciale, come sottolineato dagli stessi analisti di Scope, per navigare le acque agitate della finanza globale e preservare la ritrovata fiducia dei mercati.

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