Deficit 2025, il verdetto Istat tiene il governo col fiato sospeso
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Alle 10:00 di questa mattina l'Istat ha diffuso i dati aggiornati sui conti pubblici del 2025, e la risposta che il governo Meloni attendeva da mesi è arrivata: l'Italia è riuscita a restare sotto la soglia del 3% nel rapporto tra deficit e prodotto interno lordo? La scorsa primavera la valutazione preliminare era stata negativa, con un indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche fermo al 3,1% del Pil, in leggero miglioramento rispetto al 3,4% registrato nel 2024 ma ancora sopra il parametro europeo.
Il dato, che vale 3,07% prima dell'arrotondamento per eccesso, era rimasto appena sopra la linea rossa, lasciando il Paese all'interno della procedura Ue per disavanzi eccessivi avviata nel 2024.
Un decimale che vale miliardi
La partita si gioca su pochi milioni di euro. Secondo le stime preliminari, il deficit 2025 ammontava a 69,38 miliardi di euro a fronte di un Pil di 2.258,049 miliardi; per scendere sotto il 3% sarebbe bastato che l'eccesso di spesa sulle entrate non superasse i 67,52 miliardi, vale a dire 1,86 miliardi in meno. Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti aveva spiegato al Forum Ambrosetti di Cernobbio le attese dell'esecutivo: «Il 22 settembre l'Istat pubblicherà il dato aggiornato sul deficit italiano nel 2025.
L'ultima stima, quella diffusa a marzo, lo collocava al 3,1 per cento del Pil. Vedremo se avremo o no un millesimale in più del benedetto 3 per cento».
La posta in gioco per la manovra
Il numero che esce oggi dalle rilevazioni statistiche incide direttamente sugli spazi di bilancio per il 2027. Se il parametro risulterà sotto il 3%, l'Italia potrà puntare alla chiusura anticipata della procedura per deficit eccessivo e, parallelamente, attivare la clausola di salvaguardia nazionale per le spese legate alla difesa e alla sicurezza energetica. Una combinazione che, secondo le stime circolate nelle scorse settimane, potrebbe liberare tra gli 8 e i 10 miliardi di euro di margini aggiuntivi, ai quali si aggiungerebbe un beneficio sul costo del debito.
La richiesta italiana si muove nel perimetro della clausola di salvaguardia nazionale, che consente agli Stati membri di ottenere margini temporanei sui conti per aumentare le spese per la difesa.
Il nodo della procedura europea
Sulla vicenda pesa anche un'asimmetria nelle regole europee che Giorgetti aveva denunciato già nel giugno 2025, durante l'Eurogruppo a Lussemburgo. Il ministro aveva osservato che gli Stati membri non soggetti alla procedura per deficit eccessivo possono utilizzare la flessibilità della clausola di salvaguardia nazionale e restare sopra il 3% senza conseguenze, mentre chi è già dentro la procedura non gode della stessa possibilità.
«Accettare l'invito ad aumentare le spese per la difesa impedirebbe per sempre la nostra uscita dalla procedura», aveva detto Giorgetti, aggiungendo che è essenziale «trovare una soluzione per aggiornare queste regole con la crisi che stiamo vivendo affinché non sembrino stupide e senza senso». La Commissione europea, nelle previsioni pubblicate a maggio, stima per l'Italia un deficit al 2,9% nel 2026 e al 2,9% nel 2027, con una crescita reale molto contenuta: +0,5% nel 2026 e +0,6% nel 2027.
Il peso del debito pubblico
Nonostante il miglioramento dell'indebitamento netto, il rapporto tra debito pubblico e Pil resta su livelli elevati. La Commissione europea prevede che il debito salga dal 137,1% del 2025 al 138,5% nel 2026 e al 139,2% nel 2027. Nel 2025 la pressione fiscale è aumentata di 0,7 punti percentuali, mentre il Pil reale è cresciuto soltanto dello 0,5%, un quadro che continua a limitare i margini di manovra del governo sul fronte della spesa.
Il direttore generale del Tesoro, Riccardo Barbieri Hermitte, aveva confermato a giugno che l'esecutivo stava valutando l'attivazione della clausola di salvaguardia per gli investimenti energetici, una mossa che «potrebbe consentire all'Italia di uscire dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo».
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