Diesel negli Usa ai massimi storici: 6,3956 dollari al gallone, benzina a 4,4386
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
I carburanti continuano a salire negli Stati Uniti e il diesel segna un nuovo record assoluto. Secondo i dati giornalieri della American Automobile Association, la media nazionale per gallone di benzina si è attestata a 4,4386 dollari, in rialzo di oltre il 40% rispetto ai 3,12 dollari registrati il primo giorno del secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca. Il diesel, dal canto suo, sfiora ormai quota 6,40: il prezzo medio ha toccato 6,3956 dollari al gallone, con un balzo di oltre il 71% sui 3,72 dollari di inizio presidenza.
Si tratta di un livello mai raggiunto prima, che supera anche il picco dell'estate 2022, quando la crisi energetica seguita all'invasione russa dell'Ucraina aveva spinto i prezzi ai massimi di allora.
A determinare questa impennata non è soltanto il prezzo del greggio, che pure resta elevato, ma soprattutto la strozzatura che attanaglia l'apparato globale della raffinazione. Circa il 55% della capacità americana è concentrata tra Texas e Louisiana, dove gli impianti viaggiano ormai da oltre quattordici settimane a un tasso di utilizzo vicino al 95%, senza margini per aumentare ulteriormente la produzione.
La stretta riguarda il diesel più di ogni altro carburante, perché è il prodotto più esposto alle turbolenze delle rotte e delle scorte: bastano perturbazioni anche minime perché il mercato passi da una condizione di forte tensione a una vera e propria emergenza.
Le scorte interne di distillati negli Stati Uniti sono scese a 96,4 milioni di barili, contro una media quinquennale di 112,4 milioni nello stesso periodo dell'anno. Le raffinerie faticano a procurarsi il greggio e le rotte del petrolio sono sempre più vulnerabili, mentre la domanda interna di diesel è salita a circa 3,68 milioni di barili al giorno, leggermente sopra la media degli ultimi cinque anni.
Gli Stati Uniti restano il più grande esportatore mondiale di diesel, con circa 1,7 milioni di barili al giorno diretti soprattutto verso America latina ed Europa, ma la capacità di trasportare il carburante dalla costa del Golfo verso le aree più in difficoltà del Paese è limitata, e questo contribuisce a mantenere alta la pressione sui prezzi finali.
Di fronte ai prezzi alle stelle, si fa strada l'ipotesi di limitare le esportazioni per trattenere parte del diesel sul mercato interno. Il leader della maggioranza repubblicana al Senato, John Thune, ha dichiarato di essere disponibile a esplorare un divieto all'export, sostenendo che con i prezzi interni a questi livelli si potrebbe valutare di ridurre i flussi destinati all'estero. Il segretario all'Interno Doug Burgum ha però preso le distanze, osservando che un bando avrebbe senso soltanto se riuscisse ad abbassare i prezzi, circostanza che a suo giudizio non si verifica.
Il nodo è che il diesel americano è una commodity globale: chiudere i rubinetti rischia di penalizzare proprio le raffinerie della costa del Golfo, che perderebbero il barile di maggior valore, spingendole a ridurre le lavorazioni o a orientare la produzione altrove.
La crisi del gasolio non riguarda soltanto gli Stati Uniti. La Russia, seconda esportatrice mondiale dopo gli americani, ha già fermato le esportazioni e si prepara a prorogare il divieto fino alla fine di ottobre, dopo che gli attacchi alle raffinerie hanno ridotto la produzione. Anche la Cina valuta restrizioni sulle quote di export per proteggere il mercato interno, mentre in Europa i prezzi del diesel hanno superato l'equivalente di 10 dollari al gallone.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
