Uber e Lyft, gli autisti Usa in trappola: «Con la benzina a 4 dollari al gallone lavoriamo in perdita»
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Redazione Economia
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La guerra tra Stati Uniti e Iran, con Israele nel mezzo, ha allungato le sue ombre fino ai distributori di carburante americani, dove il prezzo medio di un gallone di benzina normale ha superato martedì la soglia dei 4 dollari. Un balzo, questo, che non si registrava dal 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina aveva già sconvolto i mercati energetici: nell’ultimo mese, l’aumento è stato superiore a un dollaro, una progressione che ha messo in ginocchio migliaia di lavoratori della cosiddetta gig economy. Per gli autisti che operano su piattaforme come Uber e Lyft – i quali, per loro natura, sostengono direttamente il costo del pieno – la situazione è diventata rapidamente insostenibile. Non c’è, per loro, la possibilità di assorbire gli extra-costi: chi offre corse o effettua consegne si trova costretto a pagare prezzi alle stelle, con il rischio concreto che il margine di guadagno, già esiguo, venga interamente eroso.
La soglia della rabbia e il nodo della petroliera colpita
A innescare l’ultima impennata è stato un episodio avvenuto al largo delle coste di Dubai, dove un’enorme petroliera carica di greggio è stata colpita da un drone iraniano. L’incertezza che ne è derivata ha subito scalzato gli equilibri già precari del mercato, spingendo i prezzi al rialzo e facendo crollare quel fragile ottimismo che aveva accompagnato i mesi precedenti. Per gli Stati Uniti, il superamento della soglia dei 4 dollari al gallone non è mai solo una questione di statistica: rappresenta storicamente il punto di rottura psicologico, il famoso “tetto della rabbia” oltre il quale la pressione sociale diventa palpabile. A differenza di quanto accaduto nel 2022, però, il contesto politico è radicalmente diverso: la Casa Bianca, ora guidata nuovamente da Donald Trump, si trova a dover gestire una crisi dei prezzi mentre sullo sfondo arde un conflitto diretto con Teheran.
Uno studioso e le difficoltà sul fronte interno
A complicare ulteriormente il quadro, osserva un analista che ha studiato le dinamiche di questa congiuntura, è la posizione geostrategica in cui si trova l’amministrazione. La prospettiva migliore, secondo questo studioso, è che entro l’autunno della guerra in Iran non parli più nessuno; tuttavia, nell’immediato, gli effetti economici sono sotto gli occhi di tutti. I repubblicani – si sottolinea – avevano già diversi fronti interni aperti prima ancora che questa nuova ondata inflattiva colpisse il settore dei trasporti. Una guerra lontana, potenzialmente impopolare, unita a un caro-benzina che morde il portafoglio degli elettori rappresenta, nelle sue parole, “la combinazione peggiore che può capitare in un’annata elettorale”. E sono proprio gli autisti delle piattaforme, lavoratori senza ammortizzatori sociali diretti, a rappresentare il termometro più sensibile di questa febbre.
Il paradosso della mobilità a domanda
Il modello di business di aziende come Uber e Lyft, costruito sulla flessibilità e sull’assenza di costi fissi per l’azienda stessa, scarica interamente sul singolo autista il rischio della volatilità dei prezzi. Se un gallone di benzina supera i 4 dollari, chi accetta una corsa lo fa spesso sapendo in anticipo che il ricavato lordo servirà appena a coprire il rifornimento, trasformando di fatto l’attività in un lavoro a perdere. Molti di loro, raccontano le cronache economiche statunitensi, hanno iniziato a rifiutare le richieste più lunghe o quelle in autostrada, dove il consumo è maggiore, mentre altri hanno semplicemente deciso di parcheggiare l’auto e restare a casa, in attesa che la tempesta si calmi. Un’inerzia, questa, che rischia di creare un circolo vizioso: meno autisti in strada significano tempi di attesa più lunghi per gli utenti e, paradossalmente, una possibile impennata ulteriore delle tariffe dinamiche, che però non si traduce in un guadagno effettivo per chi resta al volante, dato che il costo del carburante continua a correre.
Dalla guerra al distributore, il cortocircuito
L’incidente della petroliera colpita dai droni iraniani ha funto da detonatore, ma la struttura di fondo di questa crisi affonda le radici nella percezione di un conflitto allargato che tiene in scacco le rotte marittime del Golfo Persico. Per gli autisti americani, che non hanno alcuna voce in capitolo nelle decisioni di politica estera, la guerra si materializza ogni mattina davanti alla pompa di benzina. Il dato dei 4 dollari al gallone non è solo un numero: è il punto in cui la redditività di un mestiere, già reso precario da algoritmi e valutazioni, cessa di esistere. Le associazioni di categoria informali hanno iniziato a segnalare un malcontento crescente, mentre nelle piazze virtuali dei forum dedicati ai conducenti si moltiplicano i calcoli: quanto si guadagna al netto di un pieno che costa ormai oltre 60 dollari? La risposta, per molti, è diventata depressiva. Con i prezzi energetici ancora altalenanti e lo spettro di nuove tensioni in Medio Oriente, la forbice tra chi offre il servizio e chi lo richiede si sta allargando, lasciando chi sta dietro al volante a fare i conti con un paradosso amaro: per lavorare, bisogna essere disposti a perdere soldi.




