Hantavirus, la nave dei contagi: il ceppo “Andes” salpa da Ushuaia e l’Oms corre ai ripari

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il capitano della MV Hondius lo aveva giurato, quasi fosse un mantra da ripetere per tenere a bada il panico: «Nave sicura». Peccato che la sicurezza, in mezzo all’Oceano Atlantico, abbia iniziato a scricchiolare non appena il primo passeggero – un uomo di nazionalità olandese – ha cominciato a mostrare i sintomi di quella che, solo giorni dopo, si sarebbe rivelata una delle epidemie più chiacchierate (e letali) del 2026. Salpata dal porto di Ushuaia, in Terra del Fuoco, lo scorso primo aprile, l’imbarcazione si è trasformata in un palcoscenico galleggiante per il virus Hantavirus, e più precisamente per il suo sottotipo più inquietante: il ceppo “Andes”. Mentre i ministri della Salute delle province argentine convocavano riunioni straordinarie per potenziare la sorveglianza epidemiologica, i corpi di tre vittime (una coppia di coniugi olandesi e una cittadina tedesca) giacevano in celle frigorifere o in obitori improvvisati tra Sudafrica e Sant’Elena, consegnando alla cronaca un focolaio che ha risvegliato gli incubi peggiori dei virologi.

Il viaggio infinito di un virus “di terra” diventato “di mare”

A rendere unica questa vicenda, e a trasformarla immediatamente in un caso internazionale degno dei protocolli d’emergenza dell’Organizzazione mondiale della sanità, è la duplice natura della trasmissione. Il bilancio fornito da Tedros Adhanom Ghebreyesus parla chiaro: tre vittime accertate e cinque casi confermati, anche se lo stesso direttore generale dell’Oms non ha nascosto che «aumenteranno». L’Hantavirus, come insegnano i manuali di infettivologia, è solitamente un ospite silenzioso delle aree rurali: lo si contrae inalando polvere contaminata da urina o feci di roditori, un rischio tipico delle campagne e delle zone boschive della Patagonia. E invece, eccolo qui, a bordo di una nave da crociera diretta alle Isole Canarie, a dimostrare che il confine tra “zoonosi” e “contagio umano” è più sottile di quanto si credesse. La conferma, se ce ne fosse bisogno, arriva dai test molecolari: il ceppo “Andes” è l’unico tra i suoi simi noto per la capacità di trasmettersi da uomo a uomo, seppur esclusivamente attraverso un contatto fisico stretto e prolungato.

Se i primi a cadere malati sono stati coloro che avevano probabilmente calpestato il suolo argentino nei giorni precedenti l’imbarco, la loro fine tragica ha innescato una reazione a catena che ha costretto le autorità sanitarie a inseguire i fantasmi dei passeggeri sbarcati. In questo via vai di valigie e nazionalità, spicca il caso dell’assistente di volo della Klm, finita sui titoli dei giornali come un potenziale “caso sospetto” dopo il volo che avrebbe dovuto trasportare una delle vittime. Per sua fortuna – e per la quiete pubblica – il tampone è risultato negativo, chiudendo anticipatamente un capitolo che avrebbe potuto coinvolgere il traffico aereo internazionale.

La caccia ai contatti tra Sant’Elena, Sudafrica e Spagna

Ma non è finita qui. La MV Hondius, che continua la sua odissea verso Tenerife con un carico di apprensione e un cordone sanitario virtuale, ha lasciato una scia di contatti “ad alto rischio” disseminati lungo la rotta. A Sant’Elena, trenta passeggeri hanno messo piede sull’isola prima che scattasse l’allarme; alcuni di loro sono poi volati altrove, portandosi dietro l’incognita di un’infezione con un’incubazione che può arrogarsi il diritto di manifestarsi fino a sei settimane dopo l’esposizione. Le autorità sanitarie, in particolare quelle del Regno Unito e dei Paesi Bassi, stanno gestendo quella che gli esperti definiscono una “tracciatura globale”, un lavoro certosino per scongiurare che i focolai secondari si moltiplichino come rami secchi di un albero avvelenato.

E mentre in Argentina il presidente Milei si trova esposto a critiche feroci – molti gli imputano che i tagli alla sanità pubblica e la fuoriuscita dall’Oms non siano esattamente la migliore delle coperture mentre l’Hantavirus galoppa nella Patagonia – gli infettivologi nostrani hanno già ripreso la penna. Bassetti, Burioni e gli altri “volti noti” della pandemia sono tornati alla carica, riempiendo i talk-show di avvertenze tecniche e scenari possibili. La storia si ripete, insomma, e se da un lato l’Oms cerca di gettare acqua sul fuoco ribadendo che il rischio pandemia è «assolutamente basso», dall’altro i numeri della Terra del Fuoco gelano il sangue: oltre cento contagi e più di trenta morti solo nella provincia, senza dimenticare l’incubo di Epuyén nel 2018, quando un semplice compleanno in famiglia causò 23 infezioni e 11 lutti. Il virus, insomma, non ha certo bisogno di una nave per fare paura, ma la nave gli ha regalato un palcoscenico mondiale.

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