Hantavirus sulla Hondius, il ceppo “Andes” e la caccia ai contatti della coppia olandese
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Redazione Salute
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La notizia, destinata a mobilitare i sistemi di sorveglianza internazionali, non riguarda tanto la presenza del virus in sé – un patogeno che circola silenziosamente nei roditori sudamericani – quanto la catena di trasmissioni anomale che ha trasformato una crociera in un'emergenza sanitaria globale. A bordo della MV Hondius, imbarcazione battente bandiera olandese salpata dal porto di Ushuaia in Terra del Fuoco lo scorso primo aprile, gli investigatori dell'Organizzazione Mondiale della Sanità hanno dovuto fare i conti con un dato epidemiologico inquietante: tre decessi e almeno otto casi collegati, di cui cinque confermati in laboratorio come hantavirus del ceppo “Andes”. La vera svolta investigativa, come spesso accade in questi frangenti, è arrivata dall’analisi dei primi trasferimenti internazionali dei malati, in particolare da un volo che dalla remota isola di Sant’Elena ha raggiunto Johannesburg.
L’identikit del killer invisibile e l’allarme dell’Oms
Le autorità sanitarie sudafricane, trovatesi a gestire i primi pazienti gravi sbarcati dalla nave, hanno fornito il tassello mancante al puzzle genomico. I test condotti su una delle vittime, una donna deceduta dopo il volo, hanno identificato inequivocabilmente il virus delle Ande, il quale si distingue drammaticamente dagli altri 38 ceppi noti per una caratteristica specifica: la capacità di trasmettersi da uomo a uomo attraverso contatti molto stretti e prolungati. Maria Van Kerkhove, direttrice per la prevenzione delle epidemie dell’Oms, ha voluto sottolineare con forza la differenza abissale rispetto ad altre crisi recenti, ricordando che la maggior parte degli hantavirus non segue questa via di contagio interumana. Nonostante ciò, l’evidenza della trasmissione ha costretto le autorità a tracciare i contatti di volo della donna deceduta, una lista che comprende circa 82 passeggeri e sei membri dell’equipaggio che hanno condiviso lo spazio aereo con lei mentre forse era già nella fase sintomatica.
La ricostruzione dei movimenti e la discarica di Ushuaia
Se da un lato gli epidemiologi rassicurano sul rischio per la popolazione generale – ritenuto “molto basso” dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’Ecdc –, dall’altro le indagini si concentrano sui giorni antecedenti l’imbarco per capire dove il virus sia passato dai roditori all’uomo. Il sospetto, alimentato dalla cronologia degli spostamenti, è che il contagio abbia avuto origine nella coppia di cittadini olandesi poi deceduta nell’Atlantico. I due avrebbero viaggiato estesamente tra Argentina, Cile e Uruguay, e gli inquirenti stanno valutando l’ipotesi che l’esposizione sia avvenuta durante un’escursione di birdwatching nei pressi di una discarica nei dintorni di Ushuaia. È in quella zona, si ipotizza, che il virus potrebbe essere stato inalato sotto forma di aerosol, una modalità di trasmissione primaria già documentata in uno studio argentino del 2020 relativo proprio a questo ceppo.
Le contromisure nella cabina di regia globale
Mentre la nave fa rotta verso Tenerife con a bordo passeggeri asintomatici in isolamento, i ministri della Salute delle province argentine e le autorità nazionali si sono riuniti per potenziare la sorveglianza epidemiologica, verificando attentamente l’itinerario dei passeggeri olandesi. L’assenza di segnalazioni autoctone in Terra del Fuoco dal 1996 complica la ricerca, ma non placa la caccia al “paziente zero”. Lo sforzo coordinato dall’Oms mira a prevenire ulteriori diffusione secondaria, sebbene la finestra di incubazione – che può variare da una a otto settimane – lasci ancora spazio a nuovi sviluppi clinici tra i contatti identificati in Sudafrica e in Europa.




