Hantavirus, quel precedente del 2018 a Chubut con 11 morti e i super-diffusori del ceppo Andes

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il focolaio registrato a bordo della nave MV Hondius, con il conseguente decesso di un cittadino olandese di 70 anni – un ornitologo che, insieme alla moglie, aveva visitato una discarica alla periferia di Ushuaia il 27 marzo scorso – ha riacceso l’attenzione su un patogeno che, nonostante la sua letalità, resta confinato in certi circuiti epidemiologici molto specifici. Il riferimento va al ceppo Andes dell’hantavirus, lo stesso isolato durante un’altra emergenza sanitaria verificatasi tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019 nella provincia argentina di Chubut. In quell’occasione, come documentato da uno studio pubblicato nel 2020 sul New England Journal of Medicine, i contagi accertati furono 34, e di questi 11 si conclusero con un esito mortale. I ricercatori poterono ricostruire diverse catene di trasmissione interumana, un aspetto che distingue questo ceppo da altre varianti di hantavirus, generalmente trasmesse solo per via ambientale attraverso le esalazioni dei roditori infetti.

L’indagine sui super-diffusori e le dinamiche del contagio in Patagonia

Analizzando i dati raccolti nella provincia di Chubut, gli epidemiologi si trovarono di fronte a un fenomeno raro: alcuni individui, asintomatici o paucisintomatici, avevano trasmesso il virus a un numero insolitamente elevato di contatti stretti, fungendo da “super-diffusori”. Quella capacità di propagazione, che li rese difficilissimi da identificare senza un’indagine retrospettiva approfondita, fu una delle ragioni principali per cui il focolaio non venne immediatamente arginato. Nessuna autorità locale, all’epoca, aveva previsto una dinamica di questo genere per un virus associato prevalentemente ai roditori silvestri, in particolare il cosiddetto topo dalla coda lunga. Ed è proprio su quest’ultimo che si concentrano ora i timori a Ushuaia, dove il governo nazionale argentino ha deciso di inviare un gruppo di esperti per verificare – attraverso la cattura dei ratti presenti nella discarica finita sotto i riflettori – se il serbatoio animale abbia effettivamente raggiunto la regione e se vi siano tracce del patogeno.

La discarica come ecosistema pericoloso e l’inedito ruolo degli uccelli necrofagi

Alla periferia di Ushuaia, nella Terra del Fuoco, un impianto di smaltimento rifiuti si è trasformato in una meta inattesa per appassionati di birdwatching: è qui che la coppia di ornitologi olandesi potrebbe aver contratto il virus, prima che l’uomo diventasse il caso presunto “paziente zero” a bordo della Hondius. Quell’insolita attività – osservare uccelli che si nutrono nei depositi di spazzatura – ha acceso i riflettori su un rischio finora poco considerato dagli stessi esperti. Non sono solo i topi, infatti, a veicolare l’hantavirus. Lo dimostra quanto accaduto con gli uccelli necrofagi che popolano quella medesima discarica: animali normalmente non classificati come vettori possono contaminarsi frequentando ambienti infestati da roditori infetti, e a loro volta diventare una fonte indiretta di esposizione per l’uomo. Nessuno studio ha ancora dimostrato una trasmissione attiva da parte loro, ma la loro vicinanza ai cumuli di rifiuti – e ai visitatori che li osservano – rappresenta un fattore di rischio concreto.

Le verifiche in corso e il precedente che orienta le indagini

Da un lato, molti esperti concordano con le prime analisi epidemiologiche che collegano il contagio alla discarica di Ushuaia; dall’altro, il governo nazionale ha preferito non lasciare spazio a interpretazioni non verificate, annunciando l’invio immediato di una squadra che lavorerà fianco a fianco con i biologi locali. L’obiettivo dichiarato è catturare i ratti presenti nell’area sottoposta a sorveglianza e sottoporli a test specifici per il virus, così da stabilire se il ceppo Andes circoli effettivamente anche in questa zona della Terra del Fuoco. Il precedente di Chubut, con i suoi 11 morti e la scoperta dei super-diffusori, rappresenta l’unico termine di paragone affidabile per orientare le indagini: lì, come forse qui, la trasmissione da persona a persona ha giocato un ruolo centrale, rendendo necessario monitorare non solo i roditori ma anche i contatti stretti dei potenziali infetti. La moglie dell’ornitologo scomparso, che condivise con lui quella giornata di osservazione tra i rifiuti, è attualmente sotto osservazione, ma non sono stati diffusi aggiornamenti sul suo stato di salute.

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