Hantavirus, il birdwatching estremo nelle discariche e il caso Ushuaia: topi, rifiuti e un focolaio che parte dal “confine del mondo”

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Redazione Salute Redazione Salute   -   C’è chi, per passione, osserva gli uccelli nei luoghi più impensabili – e potenzialmente letali – come le discariche a cielo aperto. E proprio uno di questi appassionati, un ornitologo olandese settantenne, finisce al centro della mappa epidemiologica mondiale: il suo caso, quello del cosiddetto «paziente zero», sembra aver fatto da scintilla a un focolaio di hantavirus che, partito dalla Patagonia argentina, ha messo in allarme diversi Paesi. Il punto di partenza di questa vicenda, avvolta ancora in molte zone d’ombra giudiziarie e sanitarie, non è però un laboratorio né un ospedale, bensì l’immondizia. Più precisamente, El Basurero Municipal di Ushuaia, il capoluogo della provincia argentina della Terra del Fuoco, una discarica situata a sette chilometri dal centro della città più australe del pianeta.

Un ricettacolo ai margini del Canale di Beagle

Quel che rende singolare – e per certi versi inquietante – l’intera vicenda è la geografia del contagio, che costringe a guardare una cartina dimenticando per un attimo i social e il tam tam mediatico. La discarica di Ushuaia, isolata e posizionata fuori dai confini cittadini, sorge adiacente al fiume Olivia, le cui acque vanno a sfociare nel Canale di Beagle. Un luogo remoto, certo, ma non per questo meno esposto all’interazione umana: vi confluiscono i rifiuti provenienti dall’intera provincia della Terra del Fuoco. In questo scenario, i topi – e in particolare il cosiddetto colilargo, un roditore selvatico – diventano il serbatoio naturale del virus Andes, l’unico hantavirus, spiegano gli esperti, che finora ha dimostrato una capacità accertata di trasmettersi da uomo a uomo. Una trasmissione che, va detto, non ha l’efficacia dell’influenza, ma che sulla nave da crociera di recente cronaca ha mostrato tutta la sua pericolosità pratica.

Il topo colilargo, gli escrementi e la febbre da tastiera

Fino a pochi giorni fa l’hantavirus era, per il grande pubblico, una sorta di sconosciuto specialistico; adesso è diventato il tema dominante dell’informazione, e i social si sono riempiti di «esperti di escrementi di topi» improvvisati, un esercito da tastiera che commenta e spesso fraintende i reali meccanismi della zoonosi. Ma, lasciando da parte l’aspetto medico e le legittime paure personali, quel che emerge con chiarezza è il vecchio schema dei disastri annunciati: la convivenza forzata tra rifiuti umani, roditori infetti e un turismo o un’osservazione naturalistica (quella estrema) che non calcola i rischi. Il titolo di un celebre romanzo di Steinbeck, «Uomini e topi», suona quasi come una profezia ironica: l’incontro tra le due specie, quando avviene in condizioni igieniche disastrate, diventa il motore di una catena di contagi. In Europa, ricordano i virologi, gli hantavirus sono noti e studiati da tempo; quello che però rende diverso il virus Andes è proprio la trasmissione interumana, una caratteristica che nessun altro della sua famiglia aveva mostrato con altrettanta evidenza.

Dalla necrofagia dei volatili all’indagine sul «paziente zero»

E qui si innesta il tassello investigativo, che porta dritti al birdwatching nelle discariche. Pare che il presunto paziente zero – l’ornitologo olandese Leo Schilperoord – fosse solito osservare uccelli necrofagi, cioè quelli che si nutrono di carcasse, proprio in prossimità dei cumuli di spazzatura. Un’attività, la sua, che lo ha messo in contatto (ancora non è chiaro se direttamente o indirettamente) con le deiezioni dei roditori infestanti. La discarica di Ushuaia, insomma, potrebbe essere l’epicentro geografico da cui è partito il focolaio che oggi preoccupa il mondo: non una teoria, ma un’ipotesi investigativa su cui le autorità sanitarie argentine stanno lavorando, concentrandosi sui movimenti del turista olandese prima della comparsa dei sintomi. E mentre la cronaca si interroga su eventuali responsabilità gestionali – chi controlla quelle discariche? –, il virus intanto ha già dimostrato di viaggiare veloce, approfittando delle rotte umane, delle navi e degli aerei che collegano la Terra del Fuoco al resto del continente.

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