Il virus e i topi: dal birdwatching estremo nelle discariche il caso Ushuaia
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Salute
-
C’è chi, nella propria idea di avventura, contempla l’osservazione degli uccelli che si nutrono tra i rifiuti. Una pratica estrema, certo, ma che fino a poco tempo fa sembrava confinata al perimetro di qualche curiosa nicchia naturalistica. Poi, però, è arrivato il caso di Ushuaia, il capoluogo della provincia argentina della Terra del Fuoco, dove una discarica a cielo aperto – situata a sette chilometri dal centro della città più australe del pianeta – è diventata l’epicentro sospettato di un focolaio di hantavirus. El Basurero Municipal, questo il nome del luogo, riceve i rifiuti da tutta la provincia ed è adiacente al fiume Olivia, che sfocia nel Canale di Beagle: un’area isolata, fuori dai confini cittadini, dove il confine tra degrado umano e habitat selvatico si assottiglia fino a scomparire.
Virus, topi e lauree social: quando gli esperti da tastiera sostituiscono gli epidemiologi
L’hantavirus, fino a pochi giorni fa una sigla oscura per la maggior parte delle persone, è diventato il tema dominante dell’informazione mondiale. E, come inevitabile, è esploso anche sui social, dove il numero di «esperti di escrementi di topi» cresce a ritmo di like e condivisioni. Lasciamo da parte, per un momento, l’aspetto medico e scientifico – le nostre legittime paure, le rassicurazioni ufficiali – e concentriamoci invece sulla geografia. Magari usando quel vecchio mappamondo che nessuno consulta più, ma che ancora sa raccontare come i virus viaggino spesso su rotte impensabili. Quella che emerge è una cartografia della fragilità: una discarica, un fiume, un topo selvatico chiamato colilargo, e un turista olandese con il binocolo puntato sui necrofagi alati.
Il colilargo sotto accusa, e quella trasmissione da uomo a uomo che lo rende unico
Il principale indiziato, nel serbatoio animale del virus, è il topo colilargo. Non c’è in Italia, tengono a precisare gli specialisti: ogni virus ha il suo animale-serbatoio, e questo è confinato nelle Americhe. Tuttavia, il virus Andes – la variante emersa in Patagonia – presenta una caratteristica che lo differenzia da altri hantavirus conosciuti in Europa. Gli esperti, che qui da noi studiano queste forme da tempo, ricordano come il virus Andes sia finora l’unico ad aver dimostrato una capacità documentata di trasmissione interumana. Gli altri, pur potendo infettare l’uomo, non hanno mostrato la stessa efficacia contagiosa. Il caso della nave da crociera, dove alcuni passeggeri sono risultati positivi dopo contatti ravvicinati, ha confermato che la trasmissione da uomo a uomo è possibile, sebbene resti meno efficiente di quella dell’influenza. Un dato, quest’ultimo, che non ha impedito al panico di diffondersi più velocemente del virus stesso.
Uomini e topi, quella zoonosi che diventa apocalisse quotidiana
«Uomini e topi»: non è solo il titolo di un celebre romanzo di John Steinbeck, ma ormai anche l’indicatore di una delle ennesime varianti di apocalisse quotidiana con cui l’attualità ci ha abituati a convivere. Dietro quella formula, cruda eppure efficace, si cela la definizione di zoonosi – la trasmissione di un patogeno dall’animale all’uomo – e oggi il protagonista si chiama hantavirus. Il sospetto degli investigatori sanitari argentini punta il dito contro il cosiddetto «paziente zero», un ornitologo olandese di settant’anni, Leo Schilperoord, che frequentava quelle discariche proprio per osservare gli uccelli necrofagi. Un’attività rischiosa, a contatto con polveri, rifiuti e feci di roditori. Da lì, forse, è partito il contagio che ha messo in allarme il mondo. E mentre i topi continuano a scorrazzare indisturbati tra i rifiuti di Ushuaia, la cronaca si limita a registare i contagi, i decessi e le mappe della paura, senza bisogno di aggiungere altro.




