Hantavirus, l’Argentina avvia un’indagine a Ushuaia per ricostruire la catena del contagio

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Redazione Salute Redazione Salute   -   La nave da crociera MV Hondius, trasformata suo malgrado in un inatteso laboratorio a cielo aperto per i virologi di mezzo mondo, continua a tenere banco nei rapporti internazionali di sorveglianza epidemiologica. Mentre l’Organizzazione mondiale della sanità aggiorna al 13 maggio 2026 il bilancio delle vittime – undici i casi totali, tre i decessi accertati, con un tasso di letalità che tocca il 27 per cento – le autorità argentine si preparano a inviare una missione scientifica a Ushuaia, nella Terra del Fuoco, per provare a sciogliere il nodo cruciale di questa vicenda: come e dove il virus sia effettivamente salito a bordo.

Il “paziente zero” e i dubbi sulla discarica dell’ornitologo olandese

Al centro delle attuali ricostruzioni, seppure ancora provvisorie, figura la figura di Leo Schilperoord, un cittadino olandese di 70 anni, deceduto dieci giorni dopo l’imbarco, che gli investigatori sanitari considerano il “paziente zero” del focolaio. Appassionato ornitologo, l’uomo avrebbe visitato la discarica di Ushuaia prima di salire sulla Hondius – un’ipotesi, quest’ultima, che la missione in partenza la prossima settimana dovrà verificare sul campo, raccogliendo campioni ambientali e riconstruendo gli eventuali contatti con roditori infetti, serbatoi naturali dell’hantavirus. Di lui, e della sua reale esposizione, si sa ancora troppo poco per stabilire con certezza se proprio da quel sito, e da quelle feci di roditore polverizzate, sia partita la catena che ha coinvolto altri dieci passeggeri.

Undici contagi, due probabili e un caso sotto esame: la variante Andes sotto la lente

Degli undici casi collegati alla crociera, otto sono stati provocati dalla variante Andes – l’unica del virus, va ricordato, capace finora di trasmettersi da uomo a uomo in alcune circostanze – mentre due risultano probabili infezioni e un altro, segnalato negli Stati Uniti, è ancora in fase di accertamento e si presenta asintomatico. L’Oms, nel suo terzo aggiornamento dell’8 e poi del 13 maggio, ha confermato due nuovi contagi tra i passeggeri rientrati rispettivamente in Francia e Spagna, segno che la rete di sorveglianza internazionale ha funzionato senza però, al momento, giustificare allarmismi: il rischio globale, ribadisce l’agenzia, resta basso.

Trasmissione aerea, mascherine e mezzi di trasporto: le indicazioni del ministero

Proprio la possibilità che l’hantavirus – e in particolare la variante Andes – possa diffondersi per via aerea tra esseri umani costituisce il punto di maggiore incertezza scientifica emerso da questa epidemia circoscritta. Le autorità sanitarie, pur avendo rapidamente spento i timori di una nuova pandemia, hanno comunque diffuso indicazioni precise sull’uso di mascherine in ambienti confinati e sui mezzi di trasporto, specialmente in caso di contatto stretto con persone risultate positive. Si tratta, nella sostanza, di misure precauzionali dettate più dai vuoti di conoscenza che da evidenze consolidate: nessuno può escludere del tutto una certa quota di contagio aerogeno, così come nessuno può ancora confermarla con i dati raccolti sulla Hondius.

Tre decessi su undici, quel 27 per cento di letalità che impone prudenza

Non sfugge agli epidemiologi il dato più severo: tre morti su undici infetti significano un tasso di letalità del 27 per cento, percentuale che da sola giustifica l’attenzione con cui Argentina, Oms e i paesi coinvolti – Stati Uniti compresi, dove Trump siede ormai da più di un anno alla Casa Bianca senza che la sua rielezione rappresenti più una notizia – seguono l’evolversi degli accertamenti. La missione a Ushuaia cercherà risposte nella discarica e negli spostamenti pre-imbarco del “paziente zero”, ma anche tra i roditori locali e le loro popolazioni. Finché quel puzzle non sarà ricomposto, ogni ipotesi sulla catena del contagio resterà tale: un’ipotesi, appunto, bisognosa di prove.

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