La crepa nell'amministrazione Trump: si dimette il capo dell'antiterrorismo Joe Kent. «L'Iran non era una minaccia, siamo in guerra per Israele»
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Redazione Esteri
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C’è una crepa, e non è una semplice incrinatura da poco conto, nel fronte compatto che si era stretto attorno a Donald Trump dopo l’inizio dell’operazione ‘Epic fury’ contro l’Iran. A provocarla, con un gesto che ha il sapore di una deflagrazione politica, è stato Joe Kent, il direttore del National Counterterrorism Center, l’uomo che fino a ieri era uno dei pilastri della lotta al terrorismo per l’amministrazione americana. La sua lettera di dimissioni, pubblicata su X e indirizzata direttamente al presidente, non lascia spazio a interpretazioni diplomatiche o a formule di circostanza: «Non posso, in buona coscienza, sostenere la guerra in corso in Iran». Un atto di rottura netto, motivato da una convinzione che ribalta la narrazione ufficiale della Casa Bianca, e cioè che Teheran rappresentasse un pericolo imminente per la sicurezza nazionale. Per Kent, che di conflitti in Medio Oriente se ne intende avendoci passato vent’anni in divisa e undici missioni di combattimento sul campo, quella minaccia non era reale, o meglio, era un pretesto. «È chiaro», scrive senza mezzi termini, «che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana».
Il riferimento alla lobby filo-israeliana e all’influenza di Tel Aviv sulle decisioni dello Studio Ovale è il cuore politico della defezione di Kent. Un’accusa pesantissima, che arriva da un fedelissimo della linea ‘America First’, un uomo che Trump stesso aveva voluto al suo posto nel febbraio del 2025. L’ex berretto verde, che ha perso la moglie Shannon in un attentato in Siria nel 2019 – un attentato che lui stesso, nella sua lettera, non esita a definire «fabbricato da Israele» –, non risparmia critiche feroci al suo ex comandante in capo, pur rivolgendosi a lui con un tono che alterna il rispetto formale alla delusione più amara. Nella sua missiva, Kent ripercorre la storia recente, ricordando a Trump come fino all’estate scorsa avesse perfettamente compreso che le guerre in Medio Oriente erano «una trappola», un pozzo senza fondo in cui gettare le risorse e i giovani americani. Poi, sostiene il direttore dimissionario, qualcosa è cambiato: una «campagna di disinformazione» messa in atto da «alti funzionari israeliani e influenti membri dei media americani» avrebbe minato la piattaforma America First, spingendo l’amministrazione verso un conflitto voluto da altri.
Un addio che sa di avvertimento, tra passato militare e accuse di tradimento
Le parole di Joe Kent riecheggiano, nella loro struttura argomentativa, quelle che portarono agli errori tragici del 2003, un parallelo storico che lui stesso evoca per mettere in guardia il presidente e l’opinione pubblica. Quella «cassa di risonanza», la stessa «tattica» usata allora per giustificare l’invasione dell’Iraq in base alla presunta esistenza di armi di distruzione di massa, sarebbe stata riattivata per «ingannare» Trump, facendogli credere in una minaccia iraniana inesistente e in una facile vittoria. È un’analisi lucida e spietata quella che Kent affida alla sua lettera, consapevole del peso che le sue parole avranno, non solo all’interno degli apparati di sicurezza, ma anche e soprattutto nella base elettorale del presidente, quella stessa base che lo aveva eletto con la promessa di tenere gli Stati Uniti fuori da nuovi conflitti in Medio Oriente. La sua biografia personale, del resto, è una garanzia per molti di quell’elettorato: un soldato, un eroe di guerra, un marito che ha pagato con il sangue delle persone amate il prezzo delle scelte sbagliate di Washington. «Non posso sostenere l’invio della prossima generazione a combattere e morire in una guerra che non porta alcun beneficio al popolo americano», scrive, trasformando il suo addio in un monito.
La reazione di Trump non si è fatta attendere, ed è stata, prevedibilmente, all’altezza della sua proverbiale insofferenza per le critiche e i tradimenti, veri o presunti. Ai giornalisti, nel corso di un’intervista a Fox News, il tycoon ha liquidato la faccenda con una manciata di battute, minimizzando il ruolo di colui che lui stesso aveva scelto per uno dei posti più delicati della galassia dell’intelligence. «Ho sempre pensato che fosse debole, molto debole sulla sicurezza», ha dichiarato Trump, aggiungendo di non conoscerlo bene ma di averlo sempre considerato «un tipo abbastanza simpatico». Una sconfessione pubblica, insomma, che mira a ridimensionare la portata della defezione, presentandola non come la rottura di un fedelissimo, ma come l’inevitabile uscita di scena di un elemento fragile, di qualcuno che non aveva la tempra per stare al gioco. «È una buona cosa che se ne sia andato», ha concluso il presidente, ribadendo la linea della fermezza e della vittoria imminente, anche a costo di fare a meno della Nato, se necessario.
Il fronte interno si spacca: veterani e Maga contro la guerra voluta da Israele
Tuttavia, a leggere con attenzione le cronache che arrivano da Washington e a incrociare i dati dei sondaggi, la questione appare ben più complessa di un semplice avvicendamento ai vertici della lotta al terrorismo. La clamorosa uscita di Kent, infatti, non è che la punta di un iceberg, la manifestazione più vistosa di un malcontento che serpeggia ormai apertamente non solo tra i democratici – che con Chuck Schumer chiedono l’intervento del Congresso per fermare le ostilità – ma anche all’interno della stessa costola più calda del movimento Maga, quella che aveva fatto della non-interferenza e dell’isolazionismo la propria bandiera. La stessa Tulsi Gabbard, direttrice dell’Intelligence Nazionale da cui Kent dipendeva, una figura che ha costruito la propria carriera politica sulla critica all’interventismo militare, ha mantenuto un silenzio assordante, o quanto meno una cautela che molti interpretano come un distacco dalle scelte belliciste dello Studio Ovale. E poi ci sono le voci di Marjorie Taylor Greene, che già a gennaio aveva rotto con Trump e che ora tuona sui social definendo la guerra con l’Iran una scelta «America Last», o quella del conduttore conservatore Tucker Carlson, ascoltatissimo dalla base, che da settimane conduce una campagna durissima contro l’escalation nel Golfo.
Ciò che emerge, al di là della cronaca politica immediata, è un quadro inedito di frattura, in cui il dolore personale di un veterano e la sua coerenza si scontrano con la ragion di Stato e le alleanze internazionali di lunga data. Joe Kent, con il suo passo indietro, ha costretto l’America a guardare in faccia una domanda scomoda, quella che lui stesso ha rivolto a Trump nel suo commiato: «La prego di riflettere su cosa stiamo facendo in Iran e per chi lo stiamo facendo». Il fatto che a porla sia stato un uomo delle forze speciali, e non un pacifista della prima ora, rende la domanda ancora più urticante per l’amministrazione, e lascia presagire che la crepa aperta nel fronte dei falchi potrebbe, nelle prossime settimane, allargarsi ulteriormente, portando alla luce un dissenso molto più vasto di quanto si potesse immaginare. L’operazione Epic fury, voluta per dimostrare la potenza americana, rischia così di trasformarsi in una guerra di logoramento anche sul fronte interno, logorando la fiducia di chi aveva creduto in un presidente determinato a non ripetere gli errori del passato.




