Joe Kent si dimette da capo dell'antiterrorismo: «L'Iran non era una minaccia, Trump ingannato da Israele»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Una crepa profonda, destinata probabilmente ad allargarsi, si è aperta nel fronte compatto dell'amministrazione Trump in seguito all'offensiva militare contro l'Iran. Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center (Nctc), l'agenzia incaricata di coordinare la lotta al terrorismo, ha rassegnato le dimissioni con effetto immediato, motivando la sua scelta con un atto d'accusa senza precedenti nei confronti della politica estera della Casa Bianca. In una lettera indirizzata al presidente e resa pubblica attraverso il suo profilo X, l'alto funzionario – nominato appena un anno fa dallo stesso Trump – ha dichiarato di non poter «in buona coscienza sostenere la guerra in corso in Iran», definendo il conflitto non solo ingiustificato ma scatenato a seguito di precise «pressioni da parte di Israele e della sua potente lobby americana».

La presa di posizione di Kent, il primo alto funzionario dell’amministrazione a lasciare per ragioni di dissenso sulla guerra, getta un'ombra lunga sulla narrazione ufficiale fornita dalla presidenza per legittimare l'attacco. Nella sua missiva, l'ex direttore dell'antiterrorismo contesta radicalmente il presupposto stesso dell'intervento, ovvero la presunta minaccia imminente che Teheran rappresenterebbe per la sicurezza nazionale statunitense. «L'Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione», ha scritto in modo categorico, bollando come infondate le ragioni addotte dall'esecutivo per giustificare le operazioni militari, costate già la vita a diversi soldati americani. Secondo Kent, l'amministrazione sarebbe caduta vittima di una vera e propria «campagna di disinformazione», orchestrata da alti funzionari israeliani e da influenti settori dei media americani, con l'obiettivo di minare la piattaforma "America First" cara al presidente e spingere gli Stati Uniti in un nuovo conflitto in Medio Oriente.

Il peso del passato e il paragone con l'Iraq nella lettera di dimissioni

La rottura di Kent, la cui carriera è stata segnata da un'indiscutibile esperienza sul campo – undici missioni di combattimento come Berretto Verde e un successivo passaggio alla Cia – affonda le radici in una tragedia personale che ha segnato la sua visione del costo umano delle guerre. Nella lettera, l'ex direttore ha richiamato esplicitamente la memoria della moglie Shannon, tecnico crittografico della Marina uccisa in un attentato suicida in Siria nel 2019, per sottolineare il suo rifiuto di «appoggiare l'invio della prossima generazione a combattere e morire in una guerra che non apporta alcun beneficio al popolo americano né giustifica il costo delle vite americane». Un passaggio, questo, che conferisce alle sue parole un pathos e un'autorevolezza difficilmente contestabili, trasformando il dissenso politico in una questione etica profonda.

Non è solo il presente a preoccupare l'ex capo dell'antiterrorismo, ma anche il monito che viene dalla storia. Nella sua dura requisitoria, Kent ha tracciato un parallelo inquietante con quanto accaduto nel 2003, quando un'altra amministrazione americana giustificò l'invasione dell'Iraq con la presenza di armi di distruzione di massa mai trovate. «È la stessa tattica – ha denunciato – che gli israeliani hanno usato per trascinarci nella disastrosa guerra in Iraq che è costata migliaia di vite al nostro paese. Non possiamo commettere di nuovo lo stesso errore». Un'accusa pesantissima, quella di ripetere gli stessi errori del passato, che arriva proprio da chi, per ruolo e competenza, avrebbe dovuto certificare la fondatezza o meno delle minacce, e che getta ora una luce sinistra sulle reali dinamiche che hanno portato all'escalation militare nello Stretto di Hormuz e sui molteplici fronti mediorientali.

Il profilo scomodo di un fedelissimo diventato dissidente

La figura di Joe Kent, va detto, è sempre stata complessa e tutt'altro che lineare. Nominato in un ruolo di altissima responsabilità in virtù del suo incrollabile sostegno a Trump – sebbene alcuni registri elettorali lo collochino nel 2016 tra le file del Partito Libertario – il suo percorso di conferma al Senato era stato osteggiato dai democratici a causa di frequenti frequentazioni con esponenti dell'estrema destra e per le sue posizioni considerate complottiste, come la teoria secondo cui agenti federali avrebbero istigato l'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Tuttavia, i repubblicani ne avevano sempre elogiato le competenze in materia di sicurezza, sottolineando il suo curriculum militare e nei servizi, un'esperienza che ora rende le sue parole difficili da liquidare come semplice dissidenza politica. Lo stesso Kent, nella lettera, ha voluto ribadire il suo sostegno ai principi del trumpismo originario, quello del 2016 e del 2024, accusando il presidente di aver tradito quelle promesse non cadendo nella «trappola» delle guerre infinite in Medio Oriente.

La reazione della Casa Bianca non si è fatta attendere, anche se al momento appare piuttosto sbrigativa nel tentativo di circoscrivere il danno. Fonti vicine all'amministrazione hanno fatto sapere che il presidente Trump avrebbe accolto le dimissioni con una certa freddezza, bollando Kent come un «debole» e ribadendo la sua convinzione che la guerra stia procedendo verso la vittoria, al punto da poter «fare a meno della Nato» in questa fase. Una risposta che, tuttavia, non cancella l'eco delle parole di un uomo che ha dedicato vent'anni della sua vita all'esercito e che oggi, dalla posizione di chi ha visto da vicino l'orrore del conflitto, mette in guardia il paese dall'essere trascinato in una guerra per procura i cui veri artefici, secondo la sua analisi, risiederebbero altrove. Un monito che rischia di alimentare il malcontento in quell'ala dell'elettorato e della stessa amministrazione che aveva creduto nella promessa di un disimpegno americano dai teatri bellici mediorientali.

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