Il direttore dell’antiterrorismo americano lascia: “Io, veterano e vedovo, non posso sostenere la guerra in Iran”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La lettera di dimissioni, pubblicata su X e indirizzata a Donald Trump, è un atto di accusa formale contro le motivazioni addotte per il conflitto in corso. Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center, ha rotto il silenzio dei vertici dell’amministrazione spiegando di non poter “in coscienza” appoggiare una guerra che ritiene fondata su un ingiustificabile pretesto. L’Iran, ha scritto l’ex Berretto Verde con undici missioni di combattimento alle spalle, non rappresentava una minaccia imminente per gli Stati Uniti, e l’inizio delle ostilità sarebbe da ricondurre, piuttosto, alle pressioni esercitate da Israele e dalla sua lobby americana. Una presa di posizione netta, quella di Kent, che lo ha trasformato nel primo alto funzionario dell’esecutivo a dimettersi in segno di protesta dall’inizio delle operazioni militari contro Teheran.

Il peso di una tragedia personale nella scelta di fare un passo indietro

Nelle sue parole, Kent ha voluto richiamare la propria storia familiare, un elemento che rende la sua defezione ancora più emblematica. Ha ricordato la moglie Shannon, crittografa della Marina, uccisa nel 2019 in un attentato suicida in Siria per mano dell’Isis, un lutto che lo ha segnato profondamente lasciandolo vedovo con due bambini piccoli. “Come marito di una soldatessa morta in guerra”, ha scritto nella missiva, “non posso sostenere l’invio della prossima generazione a combattere e morire in un conflitto che non apporta alcun beneficio al popolo americano”. Un passaggio, questo, che collega il suo dissenso attuale a un dolore privato, e che rende il suo rifiuto meno ascrivibile a una mera divergenza politica per diventare una questione etica personale. Per Kent, le promesse di una rapida vittoria e le argomentazioni sulla necessità di colpire per primi riecheggiano pericolosamente quelle usate nel 2003 per giustificare l’invasione dell’Iraq, un parallelo che lui stesso ha voluto sottolineare definendo “menzogna” la narrazione corrente.

Una carriera tra forze speciali e intelligence, segnata da contatti con l’estrema destra

La figura di Joe Kent, del resto, non è mai stata semplice da inquadrare. Cresciuto a Portland e arruolatosi a diciotto anni, ha prestato servizio per due decenni nelle Forze Speciali, diventando un Berretto Verde e operando in teatri di guerra complessi come l’Iraq e l’Afghanistan. Dopo il congedo nel 2018, era entrato alla Cia come ufficiale paramilitare, salvo poi lasciare dopo la morte della moglie. La sua nomina alla guida del centro antiterrorismo, voluta da Trump la scorsa estate, era stata approvata dal Senato con una maggioranza risicata e non poche polemiche. Durante l’audizione di conferma, Kent non aveva preso le distanze dalle teorie cospirative sull’assalto al Campidoglio del 6 gennaio, né aveva inteso rinnegare la cosiddetta “grande bugia” delle elezioni del 2020 vinte da Joe Biden. Un profilo, il suo, che gli aveva garantito la fedeltà della base più intransigente del movimento Maga, ma che ora viene messo in discussione da quella stessa parte politica.

L’immediata reazione della Casa Bianca e la freddezza dell’entourage trumpiano

Nonostante il suo passato da fedelissimo e la sua storia di veterano decorato, la risposta dell’amministrazione non si è fatta attendere ed è stata particolarmente dura. Donald Trump, interpellato sulla vicenda nello Studio Ovale, ha liquidato Kent definendolo “un debole”, un uomo che ha sempre mostrato scarso polso in materia di sicurezza nazionale. “Se qualcuno nella mia amministrazione non credeva che l’Iran fosse una minaccia”, ha dichiarato il presidente, “vuol dire che non è una persona intelligente, o quantomeno non è una persona scaltra”. Parole, queste, che ribaltano completamente il giudizio positivo che lo stesso Trump aveva espresso su di lui solo pochi mesi prima, quando lo definiva un eroe. Una condanna senza appello, quella proveniente dalla Casa Bianca, alla quale si sono aggiunti i commenti sprezzanti di altri membri dell’entourage presidenziale: Taylor Budowich, già vicecapo di gabinetto della Casa Bianca, lo ha bollato come un “egomaniaco squilibrato” interessato solo a fare colpo prima di essere licenziato.

Il caso politico che divide i Maga e l’ombra della lobby israeliana

Al di là della reazione sdegnata di Trump, le dimissioni di Kent aprono una crepa nel fronte dei sovranisti americani. Da un lato, il suo gesto viene esecrato dai fedelissimi del presidente; dall’altro, c’è chi tra i non interventisti storici e gli isolazionisti della destra vede nella sua lettera una conferma dei propri timori. L’accusa di essersi piegato alle richieste di Israele, mossa in modo esplicito da Kent, è un tema delicato che rischia di riaccendere le divisioni latenti in una coalizione, quella trumpiana, che ha sempre oscillato tra un istinto pacifista e la tentazione di una proiezione di forza globale. Il riferimento alla “potente lobby americana” che avrebbe spinto per il conflitto è un tasto dolente che pochi, finora, avevano osato toccare in modo così diretto dall’interno dell’amministrazione.

Il silenzio di Tulsi Gabbard e il futuro della linea moderata nell’intelligence

Con l’uscita di scena di Kent, la direttrice dell’Intelligence Nazionale, Tulsi Gabbard, si trova privata di uno dei suoi principali consiglieri, una figura che negli ultimi mesi aveva spinto per un approccio più cauto in politica estera. Gabbard, che in passato aveva definito una guerra con l’Iran come un conflitto capace di far apparire “l’Iraq e l’Afghanistan come dei picnic”, da quando sono iniziate le operazioni ha mantenuto un profilo pubblicamente molto basso, limitandosi a partecipare a cerimonie ufficiali come l’accoglienza delle salme dei soldati caduti. La sua posizione, e quella della fazione più moderata all’interno dell’apparato di sicurezza, appare ora indebolita. Nel frattempo, i leader repubblicani al Congresso, come lo speaker Mike Johnson, respingono con forza le ricostruzioni di Kent: chi partecipa alle riunioni riservate del cosiddetto “Gang of Eight” – ha dichiarato Johnson – era a conoscenza della minaccia imminente rappresentata dall’Iran, un quadro che smentirebbe punto su punto le accuse contenute nella lettera di dimissioni.

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