La lettera shock del capo dell'antiterrorismo: “Mi dimetto, l'Iran non era una minaccia. Questa è una guerra voluta da Israele”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Il direttore del Centro nazionale antiterrorismo degli Stati Uniti, Joe Kent, ha rassegnato le dimissioni con effetto immediato, spaccando in due l'universo dei sostenitori Maga e scatenando una crisi politica interna all'amministrazione Trump. La sua lettera di addio, indirizzata al presidente e resa pubblica tramite i social, non lascia spazio a interpretazioni: Kent non solo si dichiara contrario all'operazione militare in corso contro Teheran, ma accusa senza mezzi termini Israele e la sua lobby americana di aver trascinato Washington in un conflitto evitabile, costruito su una menzogna. L'Iran, scrive l'alto funzionario uscente, non rappresentava una minaccia imminente per la sicurezza nazionale, e la narrativa che voleva un imminente attacco ai danni degli Stati Uniti sarebbe stata deliberatamente gonfiata da fonti israeliane e da settori influenti del media establishment.
Un soldato contro la guerra
Il profilo di Kent, del resto, non è quello del burocrate qualunque. Veterano con undici missioni di combattimento alle spalle come Berretto Verde, e poi agente paramilitare per la Cia, la sua biografia è costellata di ferite profonde che rendono le sue parole ancora più pesanti. Nella lettera a Trump, Kent ha ricordato la moglie Shannon, crittografa della Marina uccisa nel 2019 in un attentato dell'Isis in Siria: una perdita che lui stesso definisce una ferita aperta e che oggi lo porta a rifiutare l'idea che altri soldati americani possano morire in quella che definisce una guerra fabbricata altrove. La sua esperienza sul campo, maturata in vent'anni di servizio e in teatri di guerra complessi, gli ha insegnato, spiega, a riconoscere quando l'intervento armato risponde a logiche estranee all'interesse nazionale americano.
Per lungo tempo, Kent è stato considerato una delle figure più fedeli e radicali del movimento Maga. La sua nomina, voluta fortemente dall'establishment trumpiano nonostante le resistenze democratiche, era passata al Senato con 52 voti favorevoli e 44 contrari, nonostante il suo passato controverso fatto di contatti con esponenti dell'estrema destra e la sua riluttanza a prendere le distanze dalle teorie del complotto sull'assalto al Campidoglio. Era un uomo del presidente, un "duro" cresciuto a pane e Forze Speciali, che ora però volta le spalle alla Casa Bianca accusandola di aver tradito il principio cardine dell'America First: tenere i ragazzi lontani da guerre interminabili in Medio Oriente.
La replica di Trump e il ruolo di Tulsi Gabbard
La reazione di Donald Trump non si è fatta attendere ed è stata feroce. Colui che aveva definito più volte come un eroe, un combattente, è diventato agli occhi del presidente "un debole". Una stigmatizzazione pubblica che arriva mentre la Francia, attraverso le parole di Emmanuel Macron, prende le distanze dalle operazioni militari nello Stretto di Hormuz, rifiutando di partecipare a qualsiasi missione per "liberare" il passaggio e limitandosi a ipotizzare un eventuale ruolo di scorta solo a conflitto concluso. Una presa di posizione che isola ulteriormente gli Stati Uniti e Israele nello scacchiere internazionale, mentre l'offensiva contro l'Iran, iniziata a fine febbraio, entra nella sua terza settimana.
Kent, che rispondeva direttamente alla direttrice dell'Intelligence nazionale Tulsi Gabbard, un'altra figura cresciuta con la critica feroce all'interventismo bellico statunitense, si era fatto portavoce di quella corrente interna all'amministrazione che guardava con sospetto alle pressioni per colpire Teheran. Gabbard, da parte sua, ha mantenuto un silenzio stampa significativo da quando le operazioni militari sono iniziate, un silenzio che potrebbe nascondere un profondo imbarazzo o un dissenso che ancora non trova le parole per esprimersi pubblicamente. Le dimissioni del suo diretto subordinato, tuttavia, la mettono in una posizione difficilissima, esponendola alle critiche di chi, dentro e fuori il movimento, vede nell'attacco all'Iran un tradimento della promessa di disimpegno mediorientale.
L'accusa di menzogna sull'Iraq del 2003
Nella sua missiva, Kent ha tracciato un parallelo storico esplicito e preoccupante. L'attuale campagna di pressione mediatica e politica che ha portato all'attacco contro l'Iran, ha scritto, è la stessa "tattica" usata dagli israeliani per trascinare gli Stati Uniti nella guerra in Iraq del 2003, un conflitto che, lo ricordano i fatti, costò migliaia di vite americane e miliardi di dollari. L'idea che si potesse ottenere una vittoria rapida e indolore, secondo il direttore dimissionario, era una "bugia" raccontata al presidente da una camera d'eco composta da alti funzionari israeliani e da commentatori compiacenti.
Fino all'estate del 2025, ha ricordato Kent rivolgendosi direttamente a Trump, lei stesso aveva compreso che le guerre in Medio Oriente erano una trappola. Ora, invece, l'amministrazione si trova invischiata in un conflitto che sta già dimostrando tutte le sue complessità, con ripercussioni economiche globali evidenti e il rischio concreto di un allargamento del fronte. La scelta di dimettersi, per un uomo che ha dedicato la vita alle operazioni speciali e all'intelligence, assume così il valore di un atto di accusa contro una deriva politica che, agli occhi dei non interventisti, sta snaturando l'essenza stessa del trumpismo.
Description: Joe Kent lascia l'antiterrorismo Usa: "L'Iran non minacciava gli States, è la guerra di Israele". Lo scontro con Trump e le polemiche.




