Il capo dell’Antiterrorismo americano Kent si dimette: "Non posso sostenere la guerra in Iran, iniziata per pressioni di Israele"

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   È la prima defezione di peso all’interno dell’amministrazione Trump da quando, lo scorso 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’offensiva militare contro l’Iran. Joe Kent, direttore del Centro nazionale antiterrorismo americano (Nctc), ha rassegnato le proprie dimissioni con una lettera indirizzata al presidente, nella quale motiva la scelta con un dissenso di fondo rispetto alle ragioni e alle modalità che hanno portato al conflitto. La notizia, diffusa tramite un post sul suo account X, ha immediatamente acceso i riflettori su una frattura che, all’interno dell’esecutivo, pareva latente e che ora si manifesta nella maniera più netta: quella di un alto funzionario che abbandona l’incarico per non farsi complice di una scelta che ritiene scellerata.

Le accuse di Kent: "Una guerra basata su un inganno"

Nella sua lettera di dimissioni, Kent è stato esplicito e duro. "Non posso in buona coscienza sostenere la guerra in corso in Iran", si legge nel documento, "l'Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana". Un’accusa gravissima, quella dell’ex direttore, che getta ombre sui reali moventi dell’attacco e sull’influenza che attori esterni avrebbero esercitato sulla Casa Bianca. Kent, che vanta un passato di vent’anni nell’esercito con undici missioni di combattimento alle spalle, oltre a essere un vedovo di guerra – la moglie Shannon è stata uccisa in un attentato in Siria nel 2019 –, non si è limitato a una dichiarazione di principio. Ha ricostruito quella che, dal suo punto di vista, è la genesi di un inganno. "Fino al giugno del 2025", ha scritto rivolgendosi a Trump, "lei capiva che le guerre in Medio Oriente erano una trappola". Poi, secondo la sua ricostruzione, qualcosa sarebbe cambiato.

Il riferimento alla campagna di disinformazione

Kent ha parlato esplicitamente di una "campagna di disinformazione" messa in atto da "alti funzionari israeliani e membri influenti dei media americani". Una campagna che, a suo dire, avrebbe progressivamente minato la piattaforma "America First" su cui lo stesso Trump aveva costruito il suo consenso, seminando sentimenti bellicisti e spingendo per lo scontro con Teheran. "Questa camera d'eco è stata usata per ingannarla", prosegue la lettera, "facendole credere che l'Iran rappresentasse una minaccia imminente e che colpendo subito ci sarebbe stata una chiara via per una vittoria rapida. Era una bugia". Il paragone che Kent utilizza è con la guerra in Iraq, un conflitto che definisce "disastroso" e nel quale, sempre secondo la sua tesi, gli israeliani avrebbero trascinato gli americani con analoghe tattiche, costando la vita a migliaia di soldati. Un paragone, questo, che intende squarciare il velo su quelle che considera le reali dinamiche decisionali in politica estera.

Il profilo del dimissionario e il ruolo di Gabbard

Joe Kent non è un funzionario qualunque. La sua nomina alla guida del centro antiterrorismo, confermata dal Senato lo scorso luglio, era stata voluta fortemente dalla direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard, figura di spicco dell’ala isolazionista e non interventista. Kent, che aveva già lavorato come assistente senior della Gabbard, ne condivideva la visione critica verso gli interventismi militari all’estero. Il suo addio, quindi, non rappresenta solo una perdita per l’amministrazione, ma evidenzia lo scontro in corso tra questa fazione e i cosiddetti "falchi" repubblicani, tradizionalmente vicini alle posizioni israeliane. La scelta di dimettersi, per di più in un momento di guerra, assume i contorni di un atto politico di forte valore simbolico, che arriva dopo settimane di tensioni e voci di un progressivo isolamento della stessa Gabbard dai tavoli decisionali più delicati.

I retroscena della lettera e l'appello a Trump

Nelle sue parole, Kent non rinnega il presidente, anzi, dice di sostenere "i valori e le politiche estere" che Trump aveva incarnato nei primi anni del suo mandato, e lo esorta a tornare su quella strada. "Può invertire la rotta e tracciare un nuovo percorso per la nostra nazione, o può permetterci di scivolare ulteriormente verso il declino e il caos", scrive, lanciando un appello diretto che suona quasi come un’estrema ratio. La sua uscita pubblica, con tanto di documento integrale diffuso sui social, rende palese un dissidio che finora era rimasto confinato ai corridoi del potere. E mentre le operazioni militari proseguono, le parole di Kent sollevano interrogativi inquietanti su quanto la decisione di entrare in guerra sia stata realmente ponderata e su quali pressioni abbiano effettivamente orientato la scelta finale della prima potenza mondiale.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.