L'Fbi indaga su Joe Kent, l'ex capo dell'antiterrorismo che si è dimesso contro la guerra in Iran
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Redazione Esteri
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L'ombra di un'indagine federale avvolge ora le dimissioni di Joe Kent, il direttore del Centro nazionale antiterrorismo americano che ha lasciato il suo incarico il 17 marzo, dichiarando di non poter sostenere in coscienza il conflitto in corso contro l'Iran. Il Federal Bureau of Investigation, come riportato da diverse fonti giornalistiche e confermato da CBS News, avrebbe avviato un procedimento a carico dell'ex funzionario ancor prima del suo addio all'amministrazione, per accertare se vi sia stata una diffusione non autorizzata di informazioni riservate. Le accuse di aver violato i protocolli sulla segretezza dei dati, secondo quanto si apprende, sarebbero al vaglio della divisione criminale dell'Fbi da diverso tempo, gettando un'ombra ulteriore su una vicenda che ha già scosso gli equilibri interni alla presidenza di Donald Trump.
La lettera di dimissioni e l'accusa a Israele
La scintilla che ha innescato il caso, al di là delle indagini, risiede nei contenuti esplosivi della lettera con cui Kent ha ufficializzato il suo passo indietro. Nel documento, indirizzato al presidente Trump e reso pubblico tramite i propri canali social, l'ex capo dell'antiterrorismo ha motivato la sua uscita con una presa di posizione netta: l'Iran non rappresentava una minaccia imminente per gli Stati Uniti, e la decisione di aprire le ostilità sarebbe maturata "a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana". Un'affermazione, questa, che ha immediatamente sollevato un polverone, con il diretto interessato che in una successiva intervista al conduttore conservatore Tucker Carlson ha ribadito il concetto, parlando di una vera e propria "campagna di disinformazione" messa in atto da alti funzionari israeliani e da alcuni settori dei media americani per spingere l'amministrazione all'intervento, usando le stesse "tattiche" che avrebbero portato alla guerra in Iraq.
Le reazioni dalla Casa Bianca e la fronda nel movimento Maga
La risposta dell'esecutivo non si è fatta attendere, e il presidente Trump in persona ha voluto commentare la vicenda, bollando Kent come una persona "molto debole in materia di sicurezza" e definendo la sua uscita dall'amministrazione una "cosa buona". La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha respinto con forza quelle che ha definito "false affermazioni", giudicando "insultante e ridicola" l'idea che la scelta di entrare in guerra possa essere stata dettata da influenze esterne, ribadendo al contrario come il presidente avesse "prove convincenti e inconfutabili" di un imminente attacco iraniano. Ma al di là delle smentite ufficiali, le dimissioni di Kent hanno riacceso i riflettori sulle crepe che percorrono il fronte dei sostenitori del presidente, il movimento Maga. Se da un lato i sondaggi mostrano un sostegno compatto della base repubblicana all'operazione militare, dall'altro iniziano a moltiplicarsi le voci critiche, seppur isolate, di personalità come lo stesso Carlson e l'ex anchor di Fox News Megyn Kelly, i quali non esitano a definire il conflitto come dettato da interessi stranieri e non strettamente americani.
Il profilo del funzionario dimissionario e i precedenti
A rendere la figura di Joe Kent ancora più complessa e sfaccettata è il suo stesso profilo biografico. Reduce di guerra con undici missioni alle spalle e vedovo di Shannon Kent, una crittologa militare uccisa in un attentato in Siria nel 2019, l'ex direttore ha sempre portato avanti posizioni isolazioniste e di critica radicale verso gli interventi all'estero, arrivando in passato a flirtare con teorie del complotto. Proprio la sua storia personale e il dolore per la perdita della moglie, che nella lettera di dimissioni ha definito "uccisa in una guerra fabbricata da Israele", conferiscono alle sue parole un peso specifico non indifferente, alimentando un dibattito che ora, con l'avvio dell'indagine federale, si sposta inevitabilmente anche sul piano giudiziario e della lotta per la credibilità tra l'ex funzionario e l'amministrazione che l'ha appena allontanato.




