San Giovanni Rotondo, i sacristi licenziati scrivono al Papa. Lo zio frate di Conte: «E chi lo vede mio nipote?»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La vertenza che sta scuotendo il santuario di San Giovanni Rotondo, cuore pulsante della devozione a Padre Pio, si arricchisce di un dettaglio che intreccia sacro e profano, fede e politica. Tra i frati che vivono nel convento c'è fra' Fedele, 93 anni, zio di Giuseppe Conte, fratello del padre dell'ex presidente del Consiglio. Il religioso, che da decenni risiede nei luoghi del santo di Pietrelcina, assiste con un certo distacco alla mobilitazione dei lavoratori che cercano ogni appiglio per non perdere il posto.

Alla domanda se il leader del Movimento 5 Stelle possa in qualche modo intervenire nella vicenda, fra' Fedele alza le spalle e risponde con una battuta che sa di rassegnazione: «E che deve fare? E chi lo vede, poi, mio nipote? Non è con lui che si deve parlare».

La crisi del turismo religioso a San Giovanni Rotondo

Il polverone sollevato dai licenziamenti affonda le radici in una crisi economica che ha colpito duramente la cittadina pugliese. Il boom di pellegrini che per anni aveva riempito alberghi, ristoranti e negozi sembra essersi esaurito, lasciando il posto a un progressivo svuotamento delle presenze. I dati forniti da Assoturismo parlano chiaro: nel primo semestre del 2026 si è registrato un calo del 14,82 per cento rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, con poco più di 157 mila visitatori complessivi.

Una contrazione che ha avuto ripercussioni immediate sulle entrate del santuario, alimentate in larga parte dalle offerte dei fedeli, e sull'intero indotto locale. La chiusura di numerose attività commerciali lungo viale Padre Pio è solo il segnale più visibile di una sofferenza che rischia di diventare strutturale.

I motivi della Fondazione e la reazione dei sindacati

La Fondazione San Pio da Pietrelcina, l'ente che gestisce i servizi legati al santuario, ha avviato una procedura di licenziamento collettivo che coinvolge 38 dipendenti su un totale di 89. Le motivazioni ufficiali indicate dall'ente sono due: da un lato l'aumento dei costi del personale derivante dal rinnovo del contratto collettivo nazionale dei sacristi per il triennio 2026-2029, dall'altro la flessione delle presenze e delle donazioni.

Le figure professionali colpite sono quelle addette alla sacrestia, all'accoglienza dei pellegrini e al servizio d'ordine, ruoli che garantiscono la quotidianità della vita nei luoghi di culto. La reazione delle organizzazioni sindacali, in particolare Filcams Cgil e Fisascat Cisl di Foggia, non si è fatta attendere. I rappresentanti dei lavoratori hanno definito la decisione «inaccettabile» e hanno chiesto il ritiro immediato della procedura, denunciando il rischio che dietro i tagli si nasconda una volontà di esternalizzare i servizi per ridurre i costi e le tutele.

L'appello diretto al Pontefice e il nodo degli arretrati

Di fronte alla rigidità della Fondazione, una rappresentanza dei sacristi ha deciso di giocare la carta più alta, scrivendo una lettera direttamente a Papa Leone XIV. La missiva, datata 1 ottobre, non chiede un miracolo né un intervento di natura giuridica, ma una parola di attenzione. «Non Le chiediamo una promessa. Le chiediamo una parola», si legge nel testo, che prosegue ricordando come dietro i numeri della procedura ci siano «38 persone, 38 famiglie».

Molti dei firmatari raccontano di aver iniziato a servire il santuario da giovanissimi, spesso come volontari, trasformando poi quel servizio in un lavoro durato oltre vent'anni. Nella lettera i lavoratori intrecciano la loro vicenda con la dottrina sociale della Chiesa, richiamando la Rerum Novarum di Leone XIII e le parole pronunciate dallo stesso Pontefice sul valore del lavoro e sulla centralità della persona.

Accanto alla questione occupazionale, i sacristi sollevano un secondo fronte di rivendicazione: sostengono infatti di attendere ancora gli arretrati relativi al precedente contratto collettivo e la piena applicazione economica di quello nuovo, firmato a giugno, nonostante una pronuncia della Corte d'Appello che, secondo la loro ricostruzione, obbligherebbe la Fondazione ad applicarlo.

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