San Giovanni Rotondo, 38 licenziamenti al santuario di Padre Pio: i sacristi scrivono al Papa

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Fondazione San Pio da Pietrelcina ha avviato una procedura di licenziamento collettivo che coinvolge 38 dipendenti su un totale di 89 impegnati nei servizi di sacrestia, accoglienza e servizio d'ordine nel santuario di San Giovanni Rotondo, in provincia di Foggia. La decisione, formalizzata alla fine di settembre, poggia su due motivazioni principali: l'aumento dei costi del personale legato al rinnovo del contratto collettivo nazionale dei sacristi per il triennio 2026-2029 e la contrazione dei flussi di pellegrini, che ha ridotto le entrate e le offerte dei fedeli.

I numeri del calo sono consistenti: nel primo semestre del 2026 le presenze hanno registrato una flessione del 14,82 per cento rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, con oltre 157 mila pellegrini complessivamente registrati.

Le reazioni dei sindacati e il rischio esternalizzazione

Filcams CGIL e Fisascat CISL di Foggia hanno espresso contrarietà alla procedura, definendola inaccettabile e chiedendone il ritiro immediato. I segretari generali Pierluigi Di Stasio e Antonio Farino hanno sottolineato che non è possibile scaricare il peso della riduzione delle donazioni sulle spalle dei lavoratori e delle loro famiglie.

Le organizzazioni sindacali temono che dietro la riduzione dei costi si nasconda l'intenzione di esternalizzare alcuni servizi oggi svolti direttamente dai dipendenti della Fondazione, con conseguente perdita di tutele e di posti di lavoro. Per questo hanno richiesto l'apertura di un tavolo di confronto che coinvolga anche la Regione Puglia, l'Ispettorato territoriale del lavoro e Arpal, per individuare soluzioni alternative ai licenziamenti.

La lettera a Papa Leone XIV

Una rappresentanza dei sacristi coinvolti ha deciso di rivolgersi direttamente a Papa Leone XIV con una lettera datata 1 ottobre. Nella missiva i lavoratori scrivono di non chiedere una promessa ma una parola, sottolineando che dietro i 38 posti di lavoro ci sono 38 persone e 38 famiglie. Molti di loro raccontano di essere arrivati al santuario da giovanissimi, inizialmente come volontari, e di aver trasformato quel servizio in un lavoro durato oltre vent'anni.

Il tono della lettera è personale e doloroso: i firmatari affermano che il santuario è anche casa loro e richiamano la dottrina sociale della Chiesa, citando la Rerum Novarum di Leone XIII e le parole pronunciate dallo stesso Pontefice sul valore del lavoro e sulla centralità della persona e della famiglia.

Il nodo degli arretrati e il richiamo alla Corte d'Appello

La lettera al Papa non riguarda soltanto i licenziamenti. I sacristi sostengono di attendere ancora gli arretrati maturati con il precedente contratto collettivo e la piena applicazione economica del nuovo accordo firmato a giugno. Richiamano inoltre una pronuncia della Corte d'Appello che, secondo la loro ricostruzione, obbligherebbe la Fondazione ad applicare il contratto collettivo. Da qui la richiesta espressa nella missiva: non privilegi, ma rispetto di un contratto, riconoscimento di quanto maturato e applicazione concreta di una decisione giudiziaria.

I lavoratori pongono una domanda che contiene tutto il paradosso della vicenda: come può il costo del contratto essere indicato tra le cause della crisi mentre quello stesso contratto non sarebbe ancora pienamente applicato?

La voce di fra' Fedele, zio di Giuseppe Conte

Tra i frati del convento di San Giovanni Rotondo c'è fra' Fedele, 93 anni, uno dei fratelli del padre di Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle. Interpellato sulla vertenza, il religioso ha alzato le spalle: «E che deve fare? E chi lo vede, poi, mio nipote? Non è con lui che si deve parlare». Fra' Fedele ha raccontato di aver conosciuto Padre Pio da bambino, negli anni Quaranta, di essere stato da lui confessato dai 18 ai 32 anni e poi spinto a entrare in convento.

Sulle voci che vorrebbero i sacristi sostituiti dalle suore, il frate ha osservato: «Qui i sacristi non lavorano più: ora ci sono le suore».

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