Rigopiano, nove anni dopo: la commemorazione e la voce di chi è sopravvissuto
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Redazione Interno
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Sono passati nove anni da quando una valanga, la sera del 18 gennaio 2017, si abbatté sull’Hotel Rigopiano nel comune di Farindola, seppellendolo sotto una coltre di neve e detriti. L’evento, che provocò la morte di ventinove persone, resta una delle pagine più tragiche della recente storia italiana, un lutto collettivo che ogni anno, in questo giorno, trova un momento di raccoglimento. I parenti delle vittime, infatti, tornano sul luogo della sciagura per una cerimonia che inizierà con una fiaccolata verso l’obelisco eretto in memoria, seguita dall’alzabandiera e dal suono di una tromba che intonerà il silenzio, in un rituale di dolore e di ricordo che si ripete ormai da quasi un decennio.
Il peso della giustizia e una ferita aperta
Quello che emerge, però, non è solo il bisogno di commemorare, ma anche un profondo sentimento di attesa per una giustizia che molti considerano incompleta. Le indagini e i successivi processi, che hanno esaminato le responsabilità nella gestione dell’emergenza neve e delle allerte meteo, si sono conclusi con condanne definitive solo per tre degli imputati, un esito che per molti familiari non basta a chiudere una vicenda segnata, come da più parti sottolineato, da negligenze e omissioni. “Si poteva e si doveva evitare”, ha affermato più volte Marco Foresta, figlio di due vittime, Tobia e Bianca, sintetizzando in poche parole un dolore trasformato in una ricerca di verità e responsabilità che non si è ancora esaurita.
La storia di Marco: un assente per caso e un nome per ricordare
La vicenda personale di Marco Foresta, recentemente raccontata in televisione, illumina con crudezza il lato più intimo di quella tragedia. Egli, che avrebbe dovuto trovarsi nella struttura insieme ai genitori, decise all’ultimo momento di non partire, preferendo restare con la donna che poi sarebbe diventata sua moglie. Una scelta casuale, dettata dall’amore, che lo ha salvato ma che ha anche caricato il suo ricordo di un peso forse più complesso. Dalla sua storia familiare è nata una bambina, alla quale ha voluto dare il nome della nonna mai conosciuta, Bianca, in un gesto che unisce la continuità della vita al dovere della memoria. Foresta ha anche rievocato il trauma della notifica della scomparsa, avvenuta non attraverso un annuncio diretto, bensì con una chiamata per l’identificazione degli effetti personali, un dettaglio che aggiunge sofferenza a un già straziante percorso.
L’unico sopravvissuto e il senso di un miracolo
Accanto alle storie di chi non è tornato, resta quella dell’unico sopravvissuto estratto vivo dalla massa di neve che aveva invaso l’albergo, il quale, con una definizione che lascia poco spazio a interpretazioni, ha descritto la sua salvezza come un “miracolo”. La sua testimonianza, insieme a quella degli altri dieci che si salvarono pur trovandosi nell’hotel, contribuisce a ricostruire i minuti di terrore che precedettero il disastro, offrendo uno spaccato di ciò che accadde in quelle ore fatali. Domani, mentre le autorità locali e i cittadini deporranno fiori e corone, il pensiero corre inevitabilmente a quel momento e a tutto ciò che è seguito: anni di udienze, di dibattiti, di attese per sentenze che, per quanto definitive, non hanno restituito i cari né cancellato la convinzione che molto, forse, sarebbe potuto essere diverso.




