Il Pd attacca Meloni sul silenzio dopo le parole di Bartolozzi: "La capo di gabinetto di Nordio parla di magistrati come plotoni di esecuzione e la presidente non condanna"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non sono bastate ventiquattr’ore, e il silenzio di Giorgia Meloni, secondo il Partito Democratico, continua a pesare come un macigno sulla campagna referendaria. La polemica, divampata dopo l’intervento televisivo della capo di gabinetto del ministro della Giustizia, Giusi Bartolozzi, non accenna a placarsi e anzi, si arricchisce di nuove repliche e strascichi politici. La tensione, va detto, era già alta per via del video diffuso dalla presidente del Consiglio a sostegno del sì, ma le dichiarazioni della funzionaria – rilasciate a TeleColor, emittente siciliana, e riportate dall’Ansa – hanno letteralmente cambiato la traiettoria del dibattito, spostando l’asse sull’opportunità e i limiti del linguaggio istituzionale.

La frase incriminata, pronunciata nel corso di un vivace contraddittorio con la senatrice Ilaria Cucchi, è quella in cui Bartolozzi, rivolgendosi ai telespettatori, li ha esortati a votare sì al referendum “così ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione”. Un’espressione, questa, che ha immediatamente sollevato un coro di proteste. La stessa Bartolozzi, in una nota successiva diffusa all’Agenzia Ansa, ha tentato di ridimensionare la portata delle sue parole, spiegando di essersi riferita alla “drammaticità degli effetti” che un’inchiesta può avere sulla vita delle persone, e precisando come, nel corso della trasmissione, avesse più volte distinto tra la maggioranza dei magistrati – “eccellenti professionisti” – e quella parte, a suo dire minoritaria e “correntizzata”, che finirebbe per orientare il sistema. Una distinzione, questa, che non ha però convinto l’opposizione, né placato il malumore che, stando a quanto si apprende da fonti di Palazzo Chigi, avrebbe suscitato nella stessa presidente del Consiglio.

L’irritazione di Palazzo Chigi e la replica del Guardasigilli

Eppure, nonostante il nervosismo filtrato dagli ambienti della maggioranza, la replica ufficiale dell’esecutivo è affidata quasi esclusivamente al ministro Nordio. Il Guardasigilli, intervistato a margine di un evento di Fratelli d’Italia a Torino, ha infatti blindato la sua capo di gabinetto, escludendo al momento l’ipotesi di dimissioni. “Sono considerazioni che in questo momento non vengono prese”, ha dichiarato Nordio, aggiungendo di essere certo che la dottoressa Bartolozzi si scuserà per un’espressione che, pur potendo essere interpretata in modo improprio, non rispecchierebbe il suo reale pensiero nei confronti della magistratura. Una magistratura, ha tenuto a sottolineare il ministro, alla quale lui stesso sente di appartenere ancora dopo quarant’anni di toga, e che la riforma in discussione – lungi dall’umiliare – avrebbe semmai l’obiettivo di liberare dal peso delle correnti e da quelle degenerazioni denunciate, tra l’altro, anche da molti che oggi sostengono il no.

La posizione del ministro, se da un lato prova a gettare acqua sul fuoco, dall’altro non fa che evidenziare la distanza tra le sue dichiarazioni e l’irritazione che, in via confidenziale, viene attribuita alla presidente Meloni. Una irritazione, questa, che sarebbe motivata dalla convinzione, diffusa a Palazzo Chigi, che uscite come quella di Bartolozzi rischino di vanificare gli sforzi comunicativi fin qui profusi per presentare il referendum come una riforma equilibrata e non come un atto ostile nei confronti dei magistrati.

La replica del Partito Democratico: “Parole inaccettabili, e Meloni tace”

Ed è proprio su questo punto che si inserisce l’affondo del Partito Democratico. I dem, per bocca della capogruppo alla Camera Chiara Braga e di altri esponenti, hanno definito le dichiarazioni di Bartolozzi “inaccettabili”. Ma la stoccata più dura è per la presidente del Consiglio: a fronte della “capa di gabinetto del ministro della Giustizia che dice di votare sì ‘così ci togliamo di mezzo la magistratura’ e parla di ‘plotoni di esecuzione’”, sottolineano dal Pd, “Nordio minimizza mentre Meloni non dice una parola”. Un silenzio, quello della premier, che viene interpretato come una sostanziale condivisione o, quantomeno, come una mancanza di quella autorevolezza necessaria a prendere le distanze da un linguaggio giudicato da più parti come gravemente lesivo dell’immagine di un potere dello Stato.

La polemica, va ricordato, si inserisce in un clima già rovente per via del video in cui Meloni, poche ore prima, aveva accusato l’opposizione di creare confusione attorno al referendum, parlando di “semplificazioni slogan e informazioni distorte”. In questo scenario, le parole della capo di gabinetto hanno finito per fornire agli avversari politici una leva inaspettata. La deputata dem Simona Bonafè ha sintetizzato il concetto con una frase destinata a fare il giro dei social: “In 13 minuti la presidente Meloni ha provato a raccontare le ragioni del sì. In 13 secondi, Giusi Bartolozzi le ha azzerate”.

Le altre reazioni e l’ombra dell’inchiesta

Non solo il Partito Democratico. Anche il Movimento 5 Stelle, per voce del presidente Giuseppe Conte, ha parlato di “messaggio eversivo”, sottolineando come le parole di Bartolozzi finiscano per chiarire, una volta di più, le reali intenzioni del governo nei confronti della magistratura. Una lettura, questa, che trova ulteriore linfa in un passaggio dello stesso intervento televisivo in cui Bartolozzi, riferendosi alla sua posizione personale – è indagata per false comunicazioni ai pm nella vicenda Almasri – ha dichiarato: “Io ho un’inchiesta in corso. Io scapperò da questo Paese”. Dichiarazioni, queste ultime, che hanno fatto il paio con la metafora del plotone, alimentando la narrazione di una riforma concepita non tanto per migliorare l’efficienza della giustizia, quanto per difendersi da essa.

Di fronte a questa bufera, il sottosegretario Alfredo Mantovano, intervenuto a Rai Radio1, ha definito le parole della capo di gabinetto “sfortunate”, allineandosi alla linea di un governo che prova a prendere le distanze senza però procedere ad alcun atto di rottura formale. Una linea di equilibrio precario, quella dell’esecutivo, stretto tra la necessità di difendere i propri rappresentanti e l’urgenza di non apparire schierato in una crociata contro la magistratura a pochi giorni dal voto del 22 e 23 marzo.

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