Referendum giustizia, bufera sulle parole di Bartolozzi: “Plotoni d’esecuzione da cui liberarsi”. Meloni infuriata, ma niente dimissioni
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Redazione Interno
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Il fuoco amico, talvolta, brucia più di quello nemico. E nella campagna per il referendum sulla giustizia, a dieci giorni dal voto, a innescare la miccia è stata una frase pronunciata da chi, per ruolo e posizione, dovrebbe invece maneggiare con cura il lessico istituzionale. Giusi Bartolozzi, magistrato in aspettativa ed ex deputata di Forza Italia, oggi capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, durante un intervento a Telecolor Sicilia ha esortato gli elettori a votare “sì” per liberarsi della magistratura, paragonata a un “plotone di esecuzione”. Un’uscita che in pochi secondi ha vanificato i quattordici minuti del videomessaggio con cui Giorgia Meloni aveva cercato di condurre la discussione su binari più istituzionali.
L’imbarazzo, a Palazzo Chigi, è stato immediato e tangibile. Fonti di governo hanno lasciato filtrare tutta l’irritazione della presidente del Consiglio, invitando la funzionaria a tenere a freno la lingua. Eppure, nonostante la gravità dell’espressione usata – che richiama alla mente, come ha osservato Pier Luigi Bersani, i magistrati uccisi dalla mafia, da Falcone e Borsellino a Livatino, a Chinnici – l’esecutivo ha optato per una gestione tutta interna della vicenda. Nessuna dimissioni, dunque, almeno per il momento. Lo stesso Nordio, interpellato dai cronisti, ha minimizzato: l’espressione, ha spiegato, era riferita a una minoranza di giudici politicizzati, e la Bartolozzi avrebbe espresso il suo dispiacere per le interpretazioni fuorvianti che ne sono seguite.
Il problema, però, non è solo terminologico, e affonda le radici in un clima di tensione tra politica e magistratura che non accenna a placarsi. La premier, pur infuriata per quello che viene considerato un autogol comunicativo in piena regola, si trova nella delicata posizione di dover bilanciare la disciplina di maggioranza con la necessità di non alimentare ulteriormente lo scontro. La linea ufficiale, almeno in pubblico, è quella di un sostegno critico ma compatto alla riforma, senza cedere alle richieste di un passo indietro che arrivano, trasversalmente, da tutta l’opposizione, ma anche da qualche sostenitore del “sì” come Carlo Calenda.
D’altra parte, la strategia comunicativa del centroderca ha tentato di spostare il fuoco dell’attenzione su un altro fronte, ovvero le recenti dichiarazioni del procuratore di Napoli Nicola Gratteri, reo di aver parlato di conti da fare con alcuni giornalisti dopo il voto. Un tentativo di riequilibrare il campo e mostrare che i toni, se si vuole, sono caldi da entrambe le parti. Ma la sostanza, per molti osservatori, non cambia: l’offesa pubblica all’ordine giudiziario, come ricordato anche da esponenti dell’Associazione Nazionale Magistrati, ha ormai raggiunto livelli inaccettabili per chiunque creda nella collaborazione tra poteri dello Stato.
La posizione di Giusi Bartolozzi, tuttavia, appare più fragile di quanto le dichiarazioni di facciata lascino intendere. Indagata dalla procura di Roma per false informazioni ai pm nel caso Almasri, la sua permanenza a via Arenula è da più parti considerata a tempo, con un futuro politico all’interno di Fratelli d’Italia ormai tramontato. Il ministro Nordio, che per primo ne aveva preannunciato le scuse, si troverebbe ora a fronteggiare il suo silenzio: fonti giornalistiche riferiscono di una Bartolozzi che non risponde più al telefono e che, in Transatlantico, non si fa vedere da giorni. Una solitudine che stride con il ruolo di primo piano che ricopre.




