La bufera sulle parole di Bartolozzi, quei magistrati “plotone d’esecuzione” e la reazione dei familiari delle vittime del dovere

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La definizione, cruda e spietata, è risuonata negli studi di un’emittente locale, innescando una reazione a catena che dal piccolo schermo si è propagata fino alle aule di un parlamento già surriscaldato dalla campagna referendaria. Quando Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, ha esortato gli elettori a votare Sì per “togliere di mezzo la magistratura”, descrivendola come un “plotone d’esecuzione”, pochi avrebbero potuto prevedere che la scintilla più dolorosa sarebbe scoccata da chi quei plotoni li ha incrociati davvero, sulla propria pelle. Non si tratta, in questo caso, di valutare l’opportunità politica di una frase infelice, né di addentrarsi nelle schermaglie tra maggioranza e opposizione che ne sono seguite, con le richieste di dimissioni avanzate dai partiti di centrosinistra e la replica, secca, del guardasigilli che ha dichiarato il caso “chiuso” dopo le scuse della sua collaboratrice. Il nucleo più profondo della vicenda, quello che trascende il dibattito politico contingente, affonda le radici in una memoria storica che per alcune famiglie italiane è ferita ancora aperta.

Sono i familiari dei magistrati assassinati dalla mafia e dal terrorismo ad aver reagito con maggiore intensità, quasi con un moto di raccapriccio, alle dichiarazioni della funzionaria di Largo Arenula. La loro presa di posizione, netta e priva di ambiguità, parla di “ignoranza assoluta o malafede”, due categorie che, agli occhi di chi ha subìto la perdita di un congiunto per mano di veri plotoni d’esecuzione, restituiscono l’abisso di inadeguatezza di quella metafora. Per loro, evocare l’immagine di un plotone significa aprire un album di ricordi funestato da nomi precisi: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rosario Livatino, Rocco Chinnici, Cesare Terranova, e prima ancora Vittorio Occorsio ed Emilio Alessandrini, solo per citarne alcuni. Uomini e donne dello Stato fatti segno, loro sì, dalla logica spietata di esecuzioni sommarie pianificate da Cosa Nostra, dalle Brigate Rosse o da altre organizzazioni eversive. Accostare quel termine, carico di una tragedia storica e umana incommensurabile, a una generica polemica sulla riforma della giustizia e sulla separazione delle carriere, ha perciò il sapore di una cesura, di un vulnus che va ben oltre lo scontro politico.

Il silenzio istituzionale e il paradosso di una riforma

Nel frattempo, mentre il fronte dei familiari rilascia dichiarazioni cariche di dolore e di sdegno, all’interno del governo si cerca una quadra che appaia tutt’altro che scontata. Se da un lato Carlo Nordio, intervenuto a Rete4, ribadisce la volontà di archiviare la questione, sottolineando il rammarico della dottoressa Bartolozzi per l’errore commesso, dall’altro lato a Palazzo Chigi l’irritazione per l’autogol comunicativo della super dirigente non è affatto sopita. La stessa Bartolozzi, tra l’altro, si trova già in una posizione delicata essendo indagata dalla procura di Roma per presunta falsa testimonianza in un altro procedimento, quello legato al caso Almasri; e questa circostanza, se possibile, aggiunge ulteriore complessità a un quadro già di per sé intricato, con le opposizioni che continuano a invocare un intervento del ministro in parlamento per fare chiarezza sulla vicenda.

Emerge, in controluce, un paradosso di non poco conto. La riforma che la maggioranza sostiene, e per la quale chiede il voto favorevole degli italiani, viene presentata come uno strumento per restituire efficienza e credibilità a un dello Stato che, nelle intenzioni dei suoi promotori, ne uscirebbe rinvigorito. Eppure, l’infelice uscita della capo di gabinetto finisce per proiettare un’ombra inquietante sull’intera operazione, suggerendo a molti, come nel caso dei familiari delle vittime, una visione distorta e ostile dell’ordine giudiziario. Le parole utilizzate, del resto, non sono parse a molti una semplice gaffe, ma piuttosto la manifestazione di un pensiero più profondo, che vede nella magistratura un ostacolo da rimuovere piuttosto che un potere autonomo e indipendente da salvaguardare.

Uno scontro che si allarga e l’ombra del referendum

A infiammare ulteriormente il clima, già tesissimo a pochi giorni dal voto, ci si è messo anche un altro protagonista della scena giudiziaria, il procuratore di Napoli Nicola Gratteri. Intervenendo a muso duro contro alcune testate giornalistiche, il magistrato ha promesso che “faremo i conti” dopo il referendum, utilizzando espressioni che in molti hanno interpretato come una minaccia alla libertà di stampa e che hanno immediatamente attirato le critiche non solo del centrodestra, ma anche di esponenti di Italia Viva e dell’Ordine dei giornalisti. Una reazione a catena, questa, che dimostra come il fronte del confronto-scontro si stia allargando a macchia d’olio, coinvolgendo non solo il governo e le opposizioni, ma anche pezzi importanti della magistratura e dell’informazione. La stessa premier, Giorgia Meloni, intanto si appresta a salire sul palco a Milano per un comizio in favore del Sì, in una campagna elettorale che, parola dopo parola, sembra aver smarrito il confronto pacato sui contenuti per trasformarsi in una trincea.

Di fronte a questa escalation, le parole dei familiari dei giudici assassinati restano come un monito. Non si tratta, per loro, di schierarsi a favore del Sì o del No, né di entrare nel merito tecnico della separazione delle carriere o del sorteggio dei laici in Csm. Si tratta di richiamare tutti, maggioranza e opposizione, a un senso del limite e della realtà. Quella magistratura che oggi qualcuno descrive con i toni del nemico da abbattere è la stessa che, per decenni, ha pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane per difendere la legalità in un Paese segnato dalla violenza mafiosa e terroristica. Dimenticarlo, o peggio ancora stravolgere quei sacrifici in una metafora bellica capovolta, non è solo un errore di comunicazione: è una ferita inferta alla memoria collettiva e alla dignità di chi quei caduti li ha pianti e continua a onorarli.

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