«Saluti dal plotone». L’affondo di Lo Voi al congresso di Md dopo le parole di Bartolozzi
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Redazione Interno
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Non è passata inosservata, e del resto non poteva esserlo, la scelta lessicale del procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, nell’aprire i lavori del venticinquesimo congresso di Magistratura democratica, riunito nella Capitale per discutere del tema “Proteggere la Costituzione per proteggere il futuro”. Davanti a una platea composta in larga parte da colleghi e da esponenti dell’associazionismo giudiziario, Lo Voi ha esordito con una frase che suonava come una replica diretta, seppur priva di riferimenti espliciti, alle recenti esternazioni della capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi. «Porto il mio saluto personale e quello del plotone della procura di Roma», ha dichiarato il capo della procura romana, scatenando l’applauso convinto dei presenti e ridefinendo in termini ironici ma inequivocabilmente polemici il clima dell’incontro.
L’uscita del procuratore capo si inseriva, del resto, in un quadro di tensioni latenti e sempre più esplicite tra l’esecutivo e alcune frange della magistratura, tensioni che il referendum sulla giustizia, in programma tra pochi giorni, ha contribuito ad acuire. La Bartolozzi, nel corso di una trasmissione andata in onda sull’emittente siciliana Telecolor, aveva infatti invitato i cittadini a votare per il sì al referendum con una motivazione che molti hanno giudicato quantomeno sopra le righe: «Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione». Un’espressione che, nonostante i successivi tentativi della funzionaria di ridimensionarne la portata, spiegando di essersi riferita agli effetti drammatici che un errore giudiziario può provocare su un innocente, ha continuato a pesare come un macigno nel dibattito pubblico, alimentando le polemiche e le richieste di dimissioni giunte dalle opposizioni. Il procuratore Lo Voi, con la sua battuta, ha inteso evidentemente raccogliere quel testimone polemico, restituendo al mittente, con l’arma del sarcasmo, la carica di una metafora bellica che molti magistrati hanno avvertito come offensiva e delegittimante.
Il richiamo al Csm del passato e la replica a distanza con Nordio
Ma l’intervento di Lo Voi non si è limitato alla sola replica ironica nei confronti della Bartolozzi. Il procuratore, nel prosieguo del suo discorso, ha voluto allargare il tiro, prendendo di mira una ben più pesante accusa che era stata mossa nei confronti dell’autogoverno giudiziario. Senza mai nominare direttamente il ministro della Giustizia Carlo Nordio, Lo Voi ha fatto riferimento alle dichiarazioni in cui il guardasigilli, alcune settimane fa, aveva parlato di un «sistema paramafioso» all’interno del Consiglio superiore della magistratura. Con un tono che mescolava stupore e fermezza, il capo della procura romana ha ricordato il proprio passato all’interno del Csm, dove aveva seduto tra il 2002 e il 2006, in un periodo in cui dell’organo facevano parte personalità del calibro di Virginio Rognoni, Luigi Berlinguer e Giorgio Spangher. «Io faccio fatica», ha scandito Lo Voi, «anzi mi riesce impossibile, associare o anche solo accostare i nomi che ho fatto a un sistema paramafioso, non ce la faccio proprio. Vorrei che mi spiegassero cosa ci fosse di paramafioso in quel sistema».
La replica del ministro Nordio non si è fatta attendere e, pur mantenendo un tono misurato, ha voluto ristabilire quella che, a suo dire, era la corretta interpretazione delle proprie parole. Il guardasigilli, raggiunto dai cronisti, ha tenuto a precisare che l’aggettivo «paramafioso» non era stato da lui coniato per descrivere un’intera categoria o l’attuale assetto del Csm, ma era stato semplicemente citato come espressione utilizzata da un ex appartenente allo stesso Consiglio superiore, del quale non ha voluto nemmeno fare il nome. «Mi duole», ha aggiunto Nordio, «che un magistrato investito di così alte funzioni continui a equivocare sulle parole che non sono frutto del mio convincimento, ma sono state da me riferite come pronunciate da un altro magistrato». Una precisazione, quella del ministro, che mirava a smorzare i toni ma che al contempo ribadiva la distanza siderale tra le rispettive visioni del ruolo e del funzionamento della magistratura, in un botta e risposta che ha finito per catalizzare l’attenzione sulla prima giornata del congresso.
La mobilitazione delle toghe e il dibattito sull’associazionismo
L’intervento di Lo Voi ha di fatto aperto le danze a una due giorni in cui Magistratura democratica, la corrente di sinistra dell’Associazione nazionale magistrati, intende ribadire la propria contrarietà ai quesiti referendari, ma anche difendere il ruolo e la legittimità dell’associazionismo giudiziario, messo in discussione da più parti. In questo senso si è espresso anche il presidente della Corte d’appello di Roma, Giuseppe Meliadò, intervenuto ai lavori: «Resto francamente allibito quando vedo descrivere l’associazionismo giudiziario e i gruppi che operano all’interno dell’Anm quasi come associazioni delinquenti». Meliadò ha rivendicato con forza il diritto dei magistrati a organizzarsi e a discutere il proprio ruolo, sottolineando come la piena agibilità democratica non possa essere negata a una specifica categoria professionale, pena uno squilibrio nel sistema delle garanzie costituzionali. Un concetto, questo, che riecheggiava anche nel videomessaggio inviato dal vicepresidente della Cei, monsignor Francesco Savino, il quale, pur avendo rinunciato a partecipare di persona per evitare strumentalizzazioni, ha definito l’indipendenza della magistratura «una tutela sostanziale dello Stato di diritto», rivolgendo un accorato invito ai cittadini a non disertare le urne, ma a recarsi a votare con coscienza e discernimento.
I precedenti dello scontro: dal caso Almasri alle parole della premier
L’attuale clima di tensione tra il governo e la procura di Roma non rappresenta, del resto, una novità assoluta nel panorama politico-giudiziario italiano. I rapporti tra l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni e il procuratore Lo Voi si erano già fatti estremamente tesi nel gennaio del 2025, quando lo stesso Lo Voi aveva trasmesso gli atti al Tribunale dei ministri in relazione alla vicenda del rimpatrio del cittadino libico Almasri, noto anche come Osama Almasri Njeem, avvenuto nonostante un mandato di arresto spiccato nei suoi confronti dalla Corte penale internazionale. La premier aveva allora reagito con durezza, affermando che l’iniziativa del procuratore avesse arrecato «un danno alla Nazione» e rappresentasse l’ennesimo tentativo di «un pezzetto di magistratura» di condizionare l’azione politica, invitando ironicamente quei magistrati a candidarsi direttamente se volevano governare. Era l’inizio di una fase di scontro che non si è più sopita e che oggi, a pochi giorni dal voto referendario, riemerge con prepotenza, trovando nel congresso di Magistratura democratica un palcoscenico ideale per la controffensiva delle toghe, chiamate a difendere la propria autonomia da quella che percepiscono come un attacco politico senza precedenti.




